sabato 22 luglio 2017

Jesu - Conqueror (2007) [REPOST]

Inghilterra | Hydra Head Records

Post di Michele Ricci.

Justin Broadrick è un personaggio molto particolare della scena musicale inglese. Dopo aver torturato le sei corde nel seminale e rumorosissimo "Scum" dei Napalm Death (anno 1987), il nostro si getta a testa bassa in un nuovo progetto musicale chiamato Godflesh. L'importanza storica di questa band sarebbe da ricordare, mediante dolorosissima tortura anale, a tutti quei pivelli che udendo il termine "Industral Metal" non riescono a trattenersi dall'urlare con voce dalla dubbia utilità: "Oh cioè, ma stai parlando dei Rammstein vero amico? Cioè, quelli spaccano il culo di brutto a tutti, pure a Vasco Rossi. Capisci fratello, la storia della musica rock del mondo!!!"

Lasciando perdere queste frattaglie viventi (?) torniamo a noi: con i Godflesh il nostro Broadrick scrive alcune delle migliori pagine dell'industral metal di sempre, ma qualche volta, preso da impulsi defecatori difficili da trattenere, il gruppo ha pubblicato anche delle clamorose merdate ("Selfless" è immondizia, pura e semplice immondizia). Ma il nostro eroe, famoso per la sua voglia di continuo rinnovamento, nel 2001 sforna "Hymns" (uno degli album più belli dei Godflesh) e scioglie la band.

Il lavoro si conclude con una bellissima traccia: "Jesu".

E da qui andiamo ad incominciare.

Spiegare le coordinate stilistiche dei Jesu è un'impresa che richiede molta attenzione, visto il legame emotivo e simbolico che questo progetto si porta sul groppone. I primi lavori sono emblematici al riguardo, monumentali esempi di disperazione ed alienazione urbana, sempre in bilico tra esili melodie e scariche elettriche tra metal e drone music.

La negatività e la rassegnazione trovano rifugio in composizioni lunghe e ripetitive, dove la forma canzone viene bandita con veemenza, lasciando l'ascoltatore in balia di estranianti muri sonori che non accennano ad ammorbidirsi, ciclici e ridondanti nel loro perpetuarsi. L'effetto è sicuramente efficace, ma l'ascolto risulta molto impegnativo e non sempre di facile digeribilità (un'evidente retaggio dei compianti Godflesh), minando pesantemente il gusto dell'ascolto veloce e meno impegnativo.

Nel 2007 Justin sorprende tutti con l'uscita di "Conqueror", un'album inaspettatamente ricco, solare, rilassante (!?!). I demoni industriali sembrano sconfitti, lasciati tra le fredde mura di bare fatte d'acciaio e cemento, mentre all'interno delle composizioni esplode il fattore melodico, vero fulcro di tutte le tracce presenti in questo quasi capolavoro. Le chitarre rimangono dure ma si concedono partiture molto minimali ed efficaci, quasi al limite del post-rock, sostenute da un tappeto ritmico quadrato ed essenziale che colpisce nel segno senza strafare.

Ma quello che lascia di strucco sono gli arrangiamenti, finalmente concisi e diretti, assolutamente focalizzati sulla riuscita melodica dell'insieme, cosa che giova in maniera esponenziale all'atmosfera dei brani, la cui durata viene ridotta in modo abbastanza significativo (sempre considerando una media di 5/6 minuti).
La voce di Justin è leggera, quasi sospirata, una brezza di vita in un mondo di rumorosi cumuli fumanti, un barlume di luce in tetre vene d'asfalto ricolme d'uomini senza volto.

Niente è eccessivo, tutto combacia alla perfezione, escludendo un paio di brani (la mediocre "Old Year" e l'inutilmente prolissa "Brighteyes") che non intaccano il valore dell'insieme ma lasciano un fastidioso amaro in bocca. Sembra che Broadrick si sia lasciato alle spalle il grigiore urbano, scoprendo un cielo limpido sopra la testa, seppure lontanissimo ed irraggiungibile.

Il senso di ritrovata serenità che permea "Conqueror" sicuramente deluderà i maniaci oltranzisti del più cupo e putrido metallo industriale, ma ripagherà tutti quelli che permetteranno solo alla musica di parlare, senza preconcetti del cazzo.

Soltanto in questa maniera il viaggio potrà essere vissuto e apprezzato in pieno.