mercoledì 31 maggio 2017

Devil's Blood - The Thousandfold Epicentre (2011)

Germania | Metal Blade Records

Il secondo album dei tedeschi Devil's Blood è un concentrato di hard rock metallico figlio delle occulte influenze di Coven, Witchfinder General, Black Sabbath e drogato con vibrazioni psichedeliche, coretti accalappianti e voci femminili non imbarazzanti.

Le melodie portanti, sempre orecchiabili e attente al groove roccioso, mantengono alto l'interesse, snodandosi con naturalezza attraverso atmosfere crepuscolari ed epiche che cotonano i capelli, accrescono il pelo in petto e rendono le giornate più felici e serene.

Non troverete nulla di trascendentale in "The Thousandfold Epicentre" ma si rockeggia alla grande e senza vergogna alcuna.

Certamente nostalgico ma non per questo privo di valore.

martedì 30 maggio 2017

Silent Hill: Shattered Memories (2009)

Climax Studios | Nintendo Wii

Con i survival horror ho problemi da sempre, imbarazzanti momenti di paura infantile che mi impediscono di proseguire oltre le prime (terrorizzanti) ore di gioco. Non parliamo poi della serie di Silent Hill (di cui non ho mi portato a termine nessun capitolo pur possedendo tutte le uscite principali): ansia che levati, mani sudate e occhio sgranato da gatto colto di sorpresa.

Ma questa appassionata e appassionante monografia in podcast (di cui vi linko la prima parte, direttamente dal sito di outcast.it) ha messo così bene in evidenza tutta la bellezza a cui, vigliaccamente, stavo rinunciando, spingendomi a superare sciocchi timori e lasciandomi avviluppare dal mondo di nebbia cesellato da Climax Studios.

Silent Hill: Shattered Memories è stata la prima scelta in virtù della sua natura "alternativa" e peculiare, incarnando un concetto di rilettura e reinterpretazione che mi affascina moltissimo.

Per tutta la durata dell'esperienza ho lasciato questo mondo per scavare in una storia plasmata sulle mie scelte, sulle mie curiosità, su risposte date a domande che, uscendo dallo schermo, hanno avuto modo di concretizzarsi in una viscerale esperienza intima, una seduta psicoanalitica digitale con cui ho scoperto qualcosa di me. 

Fuggendo da mostruosità senza la possibilità d'opporre la benché minima resistenza, braccato in scenari di ghiaccio, spolverando lentamente tasselli di un puzzle scomposto da menti brillanti, ho vissuto emozioni intense, fragili spicchi d'umanità che si beffano dell'arretratezza tecnica del prodotto.

In Silent Hill: Shattered Memories tutto è finalizzato all'inglobare il giocatore in uno stato di sospensione e attesa, dalla colonna sonora a opera dell'eclettico Yamaoka, ai guizzi creativi di meccaniche interattive mai decontestualizzate e sempre pertinenti al contesto.

Giunto al termine del mio incubo esistenziale ho qualcosa da portare con me, un brivido che poche creazioni dell'intelletto umano riesco ancora a suscitare in un adulto barbarizzato dalla vita quotidiana, un brivido che da solo fa sminuisce tutti i difetti, più o meno evidenti, del bellissimo gioco di Climax Studios.


lunedì 29 maggio 2017

Dame En Noir - La Clef des Songes (1998)

Italia | Elegy Records

Mi sembra doveroso iniziare la collaborazione con Barbagamer Micro buttando sul piatto una band semisconosciuta della mia sorridente cittadina sulla riviera ligure.

I Dame en Noir nascono come Yog Sothoth all'inizio degli anni '90, dediti ad un tradizionale death metal senza tanti fronzoli. Da li a poco, dopo qualche concerto e qualche avvicendamento in line up cambiano genere e monicker. La matrice death metal resta sullo sfondo, per dare più spazio a melodie ed atmosfere più vicine al doom di Anathema e My dying Bride degli inizi. Nel 1995 esce sotto etichetta Nadir il demotape "Comédie Humaine", che contiene tre pezzi.

Passano ancora un paio d'anni ed entra in formazione anche Francesca, la cui voce si va ad aggiungere al growl di Giuseppe e Luca.

Nasce così "La Clef des Songes", album che si bilancia fra atmosfere cupe ed eteree generando sonorità davvero interessanti per l'epoca. Fra le nove tracce del disco segnalerei "To the Listening Emptyness", forse la traccia più tirata dell'album, poi la fantastica "La Novità del Suono e il Grande Lume", tratta da un passo della Divina Commedia e già presente anche sul demo e ancora le sognanti atmosfere di "Dismal Beauty" arricchite dal flauto traverso di Francesca.

Purtroppo dopo poco i ragazzi sciolsero la band per darsi ad un nuovo progetto improntato sul progressive, ma credo siano durati poco.

Vi lascio il link per ascoltarvi l'album:

domenica 28 maggio 2017

L'ultimo degli uomini (2003) [REPOST]

Margaret Atwood | TEA

Margaret Atwood è una scrittrice canadese (classe 1939) atipica nel panorama della narrativa odierna. Le sue opere sono impregnate da una discreta componente fantascientifica (certamente sui generis) anche se, in svariate occasioni, l'autrice ha rimarcato con decisione la quasi totale estraneità da questo calderone di lettere, astronavi e disastri post apocalittici, preferendo seguire un percorso professionale e artistico sicuramente più libero e stimolante. Molti dei suoi romanzi danzano tra richiami apparentemente di genere contraddistinti da una solida caratterizzazione di personaggi e ambientazioni, miscelati con un vivace e ritmato stile narrativo. Inoltriamoci dunque nell'analisi di una delle sue opere più riuscite ed affascinanti: L'ultimo degli uomini.

L'ultimo degli uomini (il protagonista) è uno dei pochi sopravvissuti della razza umana, eletto a “Portatore della parola del padre Crake e della madre Oryx” da una tribù di uomini-fanciulli alquanto mutati/mutanti. Ma non sono solo i componenti di questo villaggio a essere “diversi”: strane combinazioni animali rendono ardua la vita del nostro che, spinto dal bisogno di cibo e oggetti di prima necessità, deciderà di tornare lì dove tutto ha avuto inizio, intraprendendo un viaggio per ricordare e riscoprire il proprio passato e per raccontare al lettore, attraverso innumerevoli flashback, tutte le vicende, le relazioni e le cause che hanno portato alla distruzione del mondo degli uomini.

Con grande perizia la Atwood da vita a personaggi palpabili e concreti, non lesinando mai nel raccontare retroscena pieni di quotidianità, frammenti di vita passata che permettono alla storia d'ampliarsi ed arricchirsi a dismisura. Attraverso i ricordi del protagonista scopriremo una grande storia d'amore e amicizia, che è alla base di tutto il racconto, un intreccio mai scontato o pateticamente sdolcinato, cosa questa non molto ricorrente in analoghe creazioni letterarie.

Ma il vero punto di forza del libro è, senza ombra di dubbio, la suggestiva ambientazione pennellata dalla scrittrice: un paradiso devastato ma pieno di vita nuova e selvaggia, dove l'uomo è l'elemento vecchio e fuori luogo, un feticcio obsoleto di una storia altra, già vissuta, già raccontata, già terminata. In un modo di merda. Il ritmo non viene mai meno anche se la Atwood si concede tutte le pause necessarie ad imbastire autentici momenti di tensione, vere perle di scrittura ed atmosfera.

Lo stile incisivo e descrittivo dell'autrice colpisce in pieno il bersaglio: intrattenere il lettore con materiale fantastico di qualità, senza ricorrere a pacchianate ridicole e inconcludenti (ehm, chi ha gridato "Emo Vampiri Che Non Trombano Ma Che Amano Sotto Il Radioso Sole Settembrino - Parte II"? Un applauso signori, un grande applauso! E tu, ragazzina in terza fila, rimettiti le mutandine e asciuga la poltrona!).

Sicuramente un'opera popolare ma non certo costosa carta per pulirsi il culo.

E scusate se è poco!


sabato 27 maggio 2017

Gummo (1997) [REPOST]

Harmony Korine | USA

Gummo è un calcio dritto nelle palle, improvviso e lancinante. Una pellicola con una tale carica nichilista e anti-umana disgusta ma ti afferra per la gola e ti costringe a guardare, a osservare dritto negli occhi il degrado e lo squallore che accompagna le vite dei personaggi. Le vicende raccontate (il più delle volte in modo sconclusionato) sono ambientate in una cittadina, Xenia in Ohio, devastata da un tornado che ha ucciso molti dei suoi abitanti.

Ma non sono solo le case a essere state spazzate via...

Per i sopravvissuti alla catastrofe non rimane altro che un corrotta e putrida esistenza, una copia sbiadita e logora di quella che prima pensavano fosse vita. Non c'è luce in questo luogo, ma solo una grigia coltre di nulla, un rassegnato procedere verso l'oblio dell'intelletto e della dignità umana. C'è morte, tanta morte, sin dentro le vene, nell'aria, nei macabri giochi di fanciulli lasciati a essiccare sotto un sole che non scalda.

Harmony Korine dipinge una tela dove il giallo è del piscio e il blu è quello di una piscina piena di rifiuti, un ritratto di un paese, l'America, che accecato dalla rincorsa continua al Sogno si lascia dietro milioni di reietti, d'ultimi, di perdenti, di falliti che appartengono al reale, al quotidiano. Sono i figli che è meglio nascondere, i difetti da estirpare per non compromettere la propria immagine, i problemi che non richiedono attenzione.

La telecamera segue queste vuote figure con freddezza e distacco, non nascondendo nulla allo spettatore, ma vomitandogli addosso puro acido corrosivo, aprendo il sipario su questo tetro teatrino d'anime nate già defunte. Il messaggio è così destabilizzante che metabolizzarlo è ostico.

Il regista non cerca risposte ma contempla attraverso la lente della cinepresa, registrando quando effimera e agghiacciante possa divenire l'esistenza umana. Una muta e distratta autodistruzione.

Sicuramente da guardare cercando d'arrivare al finale delirante, una perla di negatività e pessimismo che il cinema mainstream non ha il lusso, o il coraggio, di permettersi.

Altra caratteristica eccentrica (e assolutamente azzeccata, per il sottoscritto) risulta essere la colonna sonora, che alterna svariate tracce di extreme metal band più o meno underground (Bathory, Absu, Nifelheim, Bethlehem, Burzum, Mystifier) a brani come "Like a Prayer" di Madonna e "Everyday" di Buddy Holly (WTF!). L'effetto è sempre disturbante e malsano.


venerdì 26 maggio 2017

La saga di Terramare (1968 - 2001) [REPOST]

Ursula K. Le Guin | Mondadori

Ricordo ancora il mio primo romanzo fantasy, quel libretto sconosciuto che risponde al nome de "La spada di Shannara", divorato in un paio di giorni di lettura claustrale.

Ne seguirono moltissimi altri, dai fondamentali ai più imbarazzanti, in un turbinio di elfi, nani e hobbit. Poi arrivò la fantascienza. Arrivarono Dick, Gibson ed Asimov tutti insieme allegramente, ghignanti come famelici bastardi. Fu come passare da Postal Market alle VHS porno in un solo giorno, con la casa libera ed infinita carta igienica da sperperare in nome della gioia ormonale.

Accantonai il mio primo amore e mi persi nello spazio, beato, insaziabile, sfigato. Furono anni importanti quelli, anni che mi portarono ad essere quello che sono oggi, un bambino curioso con qualche soldo in più e qualche sogno in meno, ma lasciamo perdere che altrimenti mi scende la lacrima e torno a giocare con il Megadrive.

Un bel po' di tempo fa ho letto un post, in un gruppo privato di Facebook, dove si parlava molto bene di questa saga della Le Guin, scrittrice apprezzata dal sottoscritto per le sue opere fantascientifiche. Incuriosito, ho acquistato la versione digitale (ed a lettura terminata anche quella cartacea, ma vabbè) di questo bel mattone che raccoglie tutti i libri che compongono le avventure di Ged, Sparviere per gli amici.

Cazzo! Bum! Pezzi di cervello e cuore sparsi per la stanza! Scrittura sopraffina, elegante nel dipanarsi tra personaggi memorabili e vicende ad ampio respiro, tra dialoghi vivi e concreti e descrizioni poeticamente "realistiche". Sicura dei propri mezzi, la Le Guin tratteggia un'ambientazione ricca di fascino e la riempie di vita, religioni, superstizioni, critica sociale, rivalsa femminile e di tantissimi periodi da sottolineare con il pennarello delle grandi occasioni.

"La saga di Terramare" è letteratura senza puzza sotto il naso, emozionante e stratificata, per tutti e per tutte le età. Fantastico.

Adesso posso tornare a sperperare denari in letture fantasy, colmo di rinomata fiducia nel genere! A che punto si trova il mio vecchio amico Terry Brooks? Eh? Cosa cazzo succede? Oh porca puttana... Venticinque romanzi... VENTICINQUE!


NOTA AGGIUNTIVA: "I Racconti di Terramare" dello Studio Ghibli non mi era dispiaciuto. Non avevo letto ancora la saga. Ecco. Non mi ERA dispiaciuto.


giovedì 25 maggio 2017

I Am Alive (2012) [REPOST]

Ubisoft Shangai | Xbox 360

Con questo gioco mi sono trovato alle prese con una produzione che, partendo da un paio di semplici idee, riesce a veicolare sensazioni particolarmente intense, sfruttando in maniera magistrale l'atmosfera delle ambientazioni di gioco e l'avvolgenza insita nelle migliori creazioni "videogiocose".

I Am Alive ha meccaniche ludiche ben rodate e già sperimentate, seppur in maniera diversa, in altri titoli Ubisoft. L'impatto iniziale riporta subito alla mente le gesta di Altair e soci zompettanti, ma basta aggrapparsi al primo pilastro semi distrutto per accorgersi della "novità" introdotta dagli sviluppatori. Ogni azione motoria, sia essa un'arrampicata oppure uno scatto, affaticherà il protagonista, consumandone la resistenza fisica. Giunti al massimo sforzo sopportabile, il giocatore potrà trattenere la presa ancora per pochi istanti premendo ripetutamente un dorsale del pad, per poi cadere in maniera definitiva. Questa semplice variante modifica drasticamente l'approccio al gameplay, richiedendo per quasi ogni scalata strategia e panificazione, con una gestione oculata nelle minime risorse che possono aiutarci durante le sessioni più impegnative. 

L'ostilità del territorio, unita alla vulnerabilità del protagonista, fanno schizzare la tensione verso i massimi livelli, con sequenze di gioco al cardiopalma dove la salvezza è vicina ma dannatamente faticosa da raggiungere. Il sistema di controllo non perfetto contribuisce a donare al protagonista quell'umanità che tanto giova alla credibilità del tutto.

E proprio parlando d'umanità non si può fare a meno di citare l'altro elemento fondamentale di I Am Alive: i sopravvissuti. Quel che resta della società non sono altro che uomini intenti a restare vivi, cooperando in alcuni casi oppure attaccando la maggior parte delle volte. La preoccupante penuria di proiettili rende l'incontro con i sopravvissuti ostili una danza mortale fatta di false minacce con la pistola scarica, brutali e veloci uccisioni a base di machete e disperate fughe per la salvezza. Le reazioni lasciano spesso spiazzati e, non di rado, un leggero senso di colpa sottolinea le scelte morali più discutibili che il giocatore si trova a prendere durante il proprio viaggio in questo cumulo di macerie e disfacimento.

Con questo continuo alternarsi di tensione e amarezza I Am Alive centra in pieno il bersaglio, rivelandosi un'esperienza profonda e matura dalla spiccatissima personalità. dove poco importa dei palesi limiti tecnici o della non eccelsa durata del titolo, perché il gioco ci spalanca le porte di un'universo fittizio stracolmo di sensazioni, dubbi e situazioni forti, autentiche.

Questo è uno dei "modi giusti" di raccontare storie adulte sfruttando appieno tutte le caratteristiche proprie del media Videogioco, con buona pace del David Cage di turno.



mercoledì 24 maggio 2017

Gunvalkyrie (2002) [REPOST]

Smilebit | Xbox

Realizzato da Smilebit (ricordiamo alcuni dei titoli usciti su console, più o meno recenti, come il fastidiosissimo Jet Set Radio ed il magistrale Panzer Dragoon Orta) e pubblicato da Sega nel 2002, Gunvalkyrie si presenta alla massa giocante mostrando tutti gli elementi fondamentali di un buon shooter arcade: tanti nemici a schermo, varietà d'armamentario, boss grandi e infami, un tatticismo frenetico ma non confusionario e una veste grafica sinceramente sbalorditiva.

Ma una cosa è cambiata rispetto allo standard classico di Sega: l'immediatezza dei controlli. Il gioco è fottutamente ostico da padroneggiare, anche e sopratutto in virtù della tempestiva velocità di reazione richiesta per sopravvivere alla valanga di nemici che infestano lo schermo. La padronanza dei suddetti esige un lungo periodo d'apprendimento, un nefasto lasso di tempo fatto di tentativi, imprecazioni e crescente frustrazione nichilista. Solo nel momento della totale comprensione e della giusta manualità acquisita, il gioco si schiude, concedendosi per brevi istanti, elargendo minuscole soddisfazioni che sfociano in ingiustificati momenti d'euforia incontrollata.

Non c'è tregua nei livelli del prodotto Smilebit, solo schivate fulminee, assalti mirati e liberatorie smart bomb dal sentore quasi divino. Nella pioggia di proiettili, tra gli scontri con i possenti boss di fine livello, in planate disperate e concitate il gameplay risalta, fiero ed arrogante, trasportando il giocatore in quel flusso di concentrazione e godimento che solo i migliori videogiochi riescono a canalizzare.

Certamente Gunvalkyrie non è garbato, bramoso di un rapporto anale ancora prima del bacio, ma il fascino delle sue meccaniche ludiche non potrà far altro che attrarre i giocatori più masochisti e testardi, ripagandoli con una sostanzioso innalzamento dell'ego più becero e nerd.

Se cercate uno shooter nuovo nell'apparenza ma bastardissimo nello spirito, accomodatevi pure, ma ricordate di allontanare da voi conoscenti, amanti, amici, reliquie sacre ed eventuali cimeli di vostri parenti defunti.

Potrebbero pagare il prezzo della vostra pazzia.


martedì 23 maggio 2017

Massimo Volume - Lungo i bordi (1995) [REPOST]

Italia | Mescal

Misi nello stereo "Lungo i bordi" nell'inverno del 1997. Avevo pescato questa musicassetta in una bancarella dell'usato, allestita nella piazza di una cittadina molisana, Termoli. L'acquistai d'impulso, incuriosito dalla copertina. Era tarda serata quando, armato d'un paio di cuffie di pessima qualità, fui risucchiato nel vortice dei Massimo Volume.

Non ero pronto a spalancare gli occhi sulla realtà, in quel fluire di musica liquida e parole taglienti, di note malinconiche e sospese, di frammenti di vita su cui, timidamente, mi stavo affacciando, in parte intimorito, in parte rinfrancato.Rimasi lì, rapito da immagini, odori, suoni ed umori nuovi,  ascolto dopo ascolto, sempre più in profondità, sempre più assorto, sempre più intensamente consapevole d'aver partecipato ad una confessione privata, intima, fragile.

Successivamente avrei scoperto tutto quel fermento creativo che risponde al nome di post rock, ma il mio cuore resta ancorato lì, lungo i bordi di quell'album di vivide fotografie sonore che i Massimo Volume hanno voluto condividere con me.

Struggente.



lunedì 22 maggio 2017

Martyrdöd - List (2016)

Svezia | Southern Lord

Parte con il botto questo "List" degli svedesi Martyrdöd, grazie a un brano come "Overlevaren", un coinvolgente assalto crust/death/punk/metal abrasivo a base di d-beat e voce ruvida.

L'incantesimo si dissolve con l'arrivo delle melodie discutibili che iniziano a impestare le canzoni successive, tanto orecchiabili quanto banali e prevedibili.

Tutto il resto del disco è un ripetersi della medesima struttura, protratta nel tempo e abusata fino alla nausea, perfetta per una serata a base di pizza con la cipolla e rutto libero ma che frantuma i coglioni veramente troppo in fretta.

domenica 21 maggio 2017

Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day (2014) [REPOST]

Sunrise, Shochiku, Crispy's Inc. e Grasshopper Manufacture | PlayStation 3


Gli Occhi del Giappone
Katsuhiro Ōtomo è un figo, pochi cazzi. Creatore di quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di "Akira", ha impresso in maniera indelebile l'immaginario sci-fi collettivo, tratteggiando con maestria regole e convenzioni stilistiche ancora in auge. Ed è proprio dall'omonimo lavoro di Ōtomo (datato 1979) che questo Short Peace prende il via, coinvolgendo nell'intero progetto nomi illustri dell'animazione nipponica. Quattro cortometraggi sontuosi (con l'apripista "Possessions" nominato all'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione), che stupiscono per ricercatezza artistica, realizzazione tecnica e potenza comunicativa ("Gambo" è da brividi), affreschi in movimento che, pur attingendo a piene mani dal tipico immaginario fantastico/fantascientifico nipponico, riescono a svecchiarne la formula con estrema eleganza e sensibilità.

Le Mani del Giappone
Ma non di sola animazione si compone Short Peace, presentando un quinto atto che utilizza il videogioco come veicolo espressivo prioritario. Crispy's Inc e Grasshopper Manufacture omaggiano il Maestro con Ranko Tsukigime's Longest Day, run 'n' gun minimalista ad avanzamento forzato farcito di sequenze animate e follie assortite. Nonostante l'eccessiva semplicità dell'infrastruttura ludica, il gioco riesce a divertire sfruttando meccaniche ben rodate che fanno del tempismo e della velocità d'esecuzione il cardine di tutta l'esperienza. Nessuna pretesa di boriosa complessità ma solo tanto stile e un sano, furioso ed eccentrico turbinio di salti ed attacchi fulminei.


Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day è un guizzo di splendida meraviglia giapponese, un cocktail di follia e genio artistico che non lascerà indifferenti tutti gli amanti dello stile nipponico.


sabato 20 maggio 2017

Cytotoxin - Radiophobia (2012)

Germania | Unique Leader Records

Pur se privo dell'elegante brutalità di un disco già trattato in questo blog, "Radiophobia" rimane un cazzo di bestione possente tutto brutal death metal, tecnica e devastazione nucleare.

I tedeschi ci vanno giù pesante, imbastendo trame chitarristiche annichilenti su ritmiche inumane e matematiche, con brani come "Radiophobia", "Survival Matrix" o "The Red Forest" che creano genuina esaltazione mortifera.

Le sonorità del gruppo non si distanziano dai dettami imposti dai maestri del genere, ma messi davanti alla qualità indiscussa di "Radiophobia" non resta che alzare il volume e a palla  e lasciarsi bombardare da cotanta impietosa bellezza violenta.

Cafone con stile.

venerdì 19 maggio 2017

Bravely Default (2012) [REPOST]

Silicon Studio | Nintendo 3DS


Ho un rapporto malsano con i JRPG. Uno di quei rapporti che sarebbe il caso di troncare sul nascere, vista la mancanza d'equilibrio e sanità mentale.

Ogni volta ci ricasco. Ogni volta. La smania del grinding prende il sopravvento, trasformando le prime (50) ore di gioco in una trottola pseudo spastica, con il personaggio intento a scavare un pozzo petrolifero nei suoi due metri quadrati, una novella trivella che nulla ha da invidiare ai più rinomati porno attori passati, presenti e futuri. La scimmia continua ad accarezzarmi la testa fino a quando ne ho pieni i coglioni e abbandono tutto lì, con personaggi al livello 70 che ancora attraversano l'uscio della casa natia, nel villaggio iniziale.

Ma Bravely Default ha spezzato questa maledizione! Ho speso 100 ore di vita spolpando ogni segreto del titolo Silicon Studio, preso da una foga pre-adolescenziale inattesa e vergognosa.

Tra classi multiple, personaggi stereotipati (ma simpatici), una trama demenziale, migliaia d'oggetti e tanti segreti da scovare (tra cui un finale SUPA DUPA ULTRA SECRAT folle, meta ultima di tutti i giocatori così malati da voler ripetere svariate volte "una cosa"), Bravely Default omaggia (ruba) tanto da Final Fantasy quanto da un modo di fare JRPG che impianta le proprie radici nella tradizione, innovando solo gli aspetti prettamente tecnici.

Ah, grafica figa (il 3D è implementato con intelligenza) e sonoro eccellente (qualche brano è strepitoso). Compratelo se siete appassionati/nostalgici in cerca di un videogioco di ruolo giapponese come Square Enix comanda(va).


giovedì 18 maggio 2017

Windswept - The Great Cold Steppe (2017)

Ucraina | Season of Mist

Ho scritto un post sui Drudkh qualche mese fa. Bene, i Windswept sono i Drudkh privati dell'ugola maligna di Thurios.

"The Great Cold Steppe" elimina i rallentamenti melodici e le parti folk dal sound della band ucraina e ne mantiene (quasi) interamente il riffing fluido e ossessivo, spingendo l'acceleratore su tempi di batteria sostenuti e circolari.

La monotonia voluta e la ripetitività dei lunghi brani sono ancora al proprio posto, la granulosità del sound è quella e l'ipnosi nera indotta funziona ancora, ma viene spontaneo interrogarsi circa l'utilità di un nuovo (l'ennesimo) progetto musicale così poco differente da quello principale.

"The Great Cold Steppe" resta comunque un ottimo album di nero metallo nella sua forma più ferale e incontaminata. 

mercoledì 17 maggio 2017

The Gathering - Afterwords (2013)

Olanda | Psychonaut Music

Avevo lasciato i The Gathering a "Souvenirs", album che ho apprezzato quasi completamente, e aiutato da una lunga notte insonne sono andato a cercare gli olandesi su Spotify, incappando quindi in "Afterwords".

L'assenza di Anneke van Giersbergen dietro al microfono ha privato il gruppo di un punto di forza, ma la cosa che mi ha lasciato più interdetto è l'inconcludenza che affligge tutte le composizioni presenti in questo lavoro.

I pochi momenti buoni soffocano in un batuffolo d'inconsistenza spaventoso, con brani che naufragano un istante prima d'aver comunicato qualcosa, frammentati bozzetti senza rifinitura alcuna.

"Afterwords" s'atteggia ma fa solo tanta tenerezza.

martedì 16 maggio 2017

WarioWare, Inc.: Minigame Mania (2003)

Nintendo R&D1 | Game Boy Advance (Virtual Console Wii U)

Sono passati quattordici anni dall'esordio del "WarioTurboDivertimento" ma WarioWare, Inc è ancora così fottutamente attuale, geniale, divertente, originale e meraviglioso che giocarlo adesso, anche se per la prima volta, mantiene intatta quell'eccitante sensazione di CHE CAZZO SUCCEDE! È TUTTO FOLLE! AIUTO! DATEMENE ANCORA! WARIO SINDACO DELL'UNIVERSO! che da sola vale il prezzo d'ingresso.

Le mitragliate di minigame che ci troveremo ad affrontare in rapida successione creano un clima d'ilare benessere, esempio lampante di un design fuori scala, tarato al millesimo di secondo, fulmineo nell'esporre le proprie regole e immediato nell'appagare il fruitore.

Avanzando nel delirio si sbloccheranno numerosi giochilli stand alone, snack croccanti con cui sprofondare nell'autismo più pericoloso, cristallizzando retina, sinapsi  e vita sociale (?).

WarioWare, Inc.: Minigame Mania ha uno stile grafico grottesco, un accompagnamento musicale deleterio e una grandinata di micro esperienze turbo da psicosi. Veramente avete bisogno d'altro?



lunedì 15 maggio 2017

The Pineapple Thief - Your Wilderness (2016)

Inghilterra | KScope

L'undicesimo album della prog band inglese è stato il mio battesimo con la proposta musicale del gruppo.

La prima cosa a colpire favorevolmente è la pregiata prestazione, ricca di gusto e tecnica mai fine a se stessa, del batterista che con sommo piacere ho appreso essere Gavin Harrison, nome noto del panorama musicale italiano e "recentemente" entrato nelle fila dei Porcupine Tree.

"Your Wilderness" è una convincente opera di rock intelligente e malinconico, dove ritmi carnosi dettano le regole di composizioni estremamente diversificate, caratterizzate da melodie orecchiabili che non cedono alle facili tentazioni del pop più banale.

Il timbro soffiato e sussurrato di Bruce Soord, pur non titillando le giuste corde del mio gusto personale, arricchisce d'emozione l'intero lavoro che, tra sperimentazioni mai esasperate e scariche d'adrenalina distorta, riesce a regalare piacevoli minuti d'ottima musica introspettiva.

Concreto, emozionale e arrangiato divinamente.

domenica 14 maggio 2017

Ginga Ojousama Densetsu Collection (2008) [REPOST]

Red Entertainment | PlayStation Portable

Questo Ginga Ojousama Densetsu Collection ha tre caratteristiche che mi hanno spinto all'acquisto (leggermente oneroso) di una copia: Ginga Fukei Densetsu: Sapphire, Red Entertainment e PlayStation Portable. Traducendo il tutto in un'unica frase: un fottutissimo sparatutto verticale, sviluppato da quei mostri della Red, da poter portare sul Trono Supremo.

Poco importa se all'interno della compilation trovano spazio le prime due parti di Galaxy Fraulein Yuna, visual novel venate dai tenui elementi RPG, inaccessibili al sottoscritto per incomprensione totale dell'idioma nipponico. La scimmia era tutta per lui, il fantomatico Ginga Fukei Densetsu: Sapphire, mostriciattolo tecnico che ha messo alle strette le capacita computazionali del PC Engine CD nel 1995, quel semplice pezzo di policarbonato dal costo leggermente esagerato, un shooting game da possedere. Fisicamente.

Il titolo della Red rientra ancora all'interno di una filosofia dello sparatutto di stampo tradizionale, ma certamente non privo della crudeltà insita negli esponenti più prossimi ai danmaku. Differenti astronavi con differente potere offensivo, upgrade incrementali, ritmo incessante, ottima leggibilità dell'azione, boss di fine livello da invocazione satanica, tripudio di bellezza bitmap ed effetti speciali, esaltati da una colonna sonora che non perdona, sorella diretta del puro metallo che solca, con petto villoso e fallo eretto, gli stage di Winds of Thunder e Gate of Thunder. 

Non possedete un PC Engine CD, un pacco di soldi e adorate i buoni shooting game? Ginga Ojousama Densetsu Collection è un buon compromesso per placare la vostra fame di distruzione, e se avete dimestichezza con il giapponese potrete godervi anche l'accoppiata di visual novel presenti all'interno della collection e morire di felicità nerd.


Solo per veri appassionati.


sabato 13 maggio 2017

Kingdom Under Fire: Circle of Doom (2007) [REPOST]

Blueside | Xbox 360

Kingdom Under Fire: Circle of Doom è un gioco sbagliato, pochi cazzi, marcio dalle fondamenta, senza speranza. I sud coreani Blueside hanno costretto un musou all'interno di sentieri strettissimi, con una barra della stamina che limita il susseguirsi di combo (che incominciano a scorgersi solo dopo un ragguardevole incremento della relativa statistica) ed un sistema di telecamere da scomunica ecclesiastica perenne.

Ci si ritrova circondati da (semi) orde di "mobbaglia" dalla dubbia intelligenza (caratteristica di ogni musou che si rispetti), impossibilitati nello sterminio di massa da angolature della visuale che strappano bestemmie e sorrisi in equal misura. Ma il tutto assume i toni della parodia una volta varcate le porte delle boss fight... Creature di dimensioni modeste rinchiuse all'interno di un pollaio di periferia che zompettano con discrezione e impallano la camera con arroganza.

La componente da RPG all'acqua di rose potrebbe regalare qualche soddisfazione ai cultori dei giochi brutti (eccomi!), ma tutto il resto è così tremendo, rivoltante e mal fatto che un tacco sui testicoli potrebbe appagarvi enormemente di più.

Ah, per non parlare del doppiaggio in italiano e dell'assenza totale di uno straccio di "trama" (LOL) o nesso logico tra parti giocate (ahahahah!) e sezioni oniriche pseudo mistiche (ari-ahahahaha!).

Detestate con ogni cellula del vostro corpo un conoscente/parente/amante/animale? Ecco il regalo giusto per rinsaldare i rapporti. Risultato assicurato.


venerdì 12 maggio 2017

Trackmania Turbo (2016) [REPOST]

Nadeo | PlayStation 4

Trackmania Turbo è una figata pazzesca, inutile menare il can per l'aia. Si corre contro il tempo e contro il track design, ottimizzando l'ingresso in curva, giro dopo giro, salto dopo salto, turbo dopo turbo.

Tutto scorre fluido, veloce, colorato, eccentrico, adrenalinico. Si zompa allegramente attraverso percorsi ufficiali e non, utilizzando quattro differenti tipologie di vetture, diversificate con equilibrio ed estremamente appaganti da guidare. Tutto figo, tutto bello, tutto tutto.

Ma Trackmania Turbo è anche il figlio sadico di menti deviate, educato a suon di scudisciate sul membro e quindi altamente vendicativo. Ci sono le canoniche tre medaglie da vincere, medaglie che sbloccano l'accesso ai campionati successivi. Il "problema" sorge proprio qui: ottenere l'aurea riconoscenza non è cosa da poco sin dalle prime gare, ma con il sopraggiungere dei percorsi più accidentati e pieni d'ostacoli si ha la consapevolezza piena della malvagità insita in questo folle mondo di sgommate e colori.

Perché basta un fottuto sasso per compromettere una prestazione d'applausi a scena aperta. Perché basta inclinare un pizzico di più la leva analogica durante un salto per precipitare nella voragine della vergogna. Perché la ripetizione alcune volte non basta, ma ci vuole anche un po' di culo e questa non è mai una cosa buona in un videogioco. Certo, l'esperienza mitiga l'apparente sensazione d'impotenza, ma la fisica in game ha qualche lieve sbavatura di troppo. 

Trackmania Turbo è accessibile e frustrante in equal misura ma l'offerta di Nadeo resta difficile da rifiutare. Rovesciate le croci, disegnate un pentacolo sotto il vostro divano, truccatevi come il buon Abbath Doom Occulta e tuffatevi in questo Parco Giochi Della Bestemmia.

Divertimento per tutta la Famiglia (Cristiana).


giovedì 11 maggio 2017

Valborg - Endstrand (2017)

Germania | Lupus Lounge

Li amo questi Valborg, marci crucchi suonatori di rock estremo scarno e corrotto, vibrante di distorte perversioni chitarristiche, ritmi sciocchi dal suono sintetico, urla lancinanti e liriche in tedesco colme d'odio.

In "Endstrand" ci sono quei riff tamarri e grassi che invitano alla distruzione, quei mid-tempo banali ma tanto gustosi, quell'attitudine gretta che è propria del metallo più purulento, una secchiata d'orgogliosa merda ignorante che ha conquistato il mio cuore e il mio scroto.

Urlare il disprezzo in un mondo, finalmente, in fiamme.

mercoledì 10 maggio 2017

Quantum Theory (2010) [REPOST]

Team Tachyon | PlayStation 3

Non sono un giocatore che si scandalizza quando la buona idea di un singolo viene riciclata da altri. D'altronde il mondo dei videogiochi si basa proprio su questo: qualcuno inventa, la massa copia, espande, ricicla e, forse, migliora.

Non è un mistero che la saga di Gears of War abbia riscritto le regole dello sparare in terza persona, inserendo quei benedetti muretti che adesso riteniamo obbligatori in ogni buon TPS. Ma la serie di Epic aveva compreso benissimo che guidare un carrarmato di carne doveva risultare immediato e divertente. Ed ecco la genialata: un solo tasto per correre, mettersi al riparo, uscire dal medesimo, scavalcarne altri, rotolare e successivamente tornare a correre felici, bersagliati da una pioggia di proiettili, esplosioni, crolli e sbudellamenti vari.

Quantum Theory prova a innestare un po' di Giappone nella ricetta base, copiando tutto ma dimenticando proprio l'ingrediente principale. Si combatte di più con il sistema di controllo che contro gli stupidi avversari, perforando orde di bifolchi deformi poco vari, in scenari che fanno ridere per il ribrezzo. Ci sono anche i "momenti WOW" dei poveri, con qualche palazzo che viene giù e la solita scampagnata in groppa al bestione di turno, ma la goffaggine generale li rende involontariamente buffi.

Raffazzonato, imbarazzante, estremamente derivativo e inutilmente macchinoso, Quantum Theory è una vera primizia per tutti gli amanti del trash videoludico.

Ah, Syd spara certe cazzate che non vi dico.


martedì 9 maggio 2017

Esben and the Witch - Older Terrors (2016)

Inghilterra | Season of Mist

La proposta musicale del terzetto inglese è peculiare, un ibrido di sonorità sciamaniche, incedere darkwave, distorsione gothic rock e briciole pop.

"Older Terrors" racchiude quattro tracce, dalla lunghezza considerevole, estremamente semplici e lineari, dove la voce, infantile e spettrale, della cantante Rachel Davies plana su tappeti monotoni e circolari, ossessivi nel ripetere incessantemente la stessa partitura.

Le canzoni assumono una forma quasi ritualistica che inizialmente aggrada l'orecchio, ma troppo in fretta finiscono per sfiancare l'ascoltatore, lasciandolo con un "sì, ok, e adesso?" a cui non vi è risposta.

Qualche bel brivido d'atmosfera non basta a fare di questo album un buon disco.

lunedì 8 maggio 2017

Varg - Götterdämmerung (2017)

Germania | Napalm Records

"Götterdämmerung" racchiude tutte le caratteristiche che detesto nel metal, un EP di banalità e "luoghi comuni" che Spotify si è sentita di consigliarmi.

Volete delle melodie della minchia pseudo epiche? Come rinunciare a riff stupidi da principi del metalcore de borgata? E una spruzzata di vomito "viking" la vogliamo trascurare? E i cori da stadio? E le chitarre che "stop&go, altro giro altra corsa"? E il tedesco? E la copertina? E perché?

Tutto è stantio, già sentito, mirato a scalare le classifiche finlandesi, fastidioso, plasticoso, incolore, merda, cacca, sciolta e managgia al clero.

Ah, la produzione è proprio quella lì, fredda e di plastica.

domenica 7 maggio 2017

Necrophobic - Womb of Lilithu (2013)

Svezia | Season of Mist

Ho sempre apprezzato la bontà sonora della storica band di Stoccolma, quel loro miscelare oscuri assalti black metal con attitudine che non faccio fatica a definire heavy metal.

"Womb of Lilithu" dimostra con forza tutta la maestria degli svedesi, regalando brani quadrati del riffing coinvolgente e trainante, brani che vanno belli dritti al sodo mandando a fanculo avanguardie e sperimentazioni.

Il risultato finale è orecchiabile e appetibile a tutti gli amanti del nero metallo stufi di arzigogolate masturbazioni hipster.

Heavy!

sabato 6 maggio 2017

Behemoth - The Satanist (2014)

Polonia | Nuclear Blast Records

"The Satanist" è un album dei Behemoth "contemporanei" al 100%, compatto, duro e arrangiato satanicamente.

Purtroppo "The Satanist" è il solito album dei Behemoth "contemporanei", quasi una copia carbone delle ultime fatiche della cricca di Nergal, dove si fa fatica a trovare qualcosa che non quadra ma, con altrettanta difficoltà, si riesce a restare estasiati durante gli ascolti, con brani che scorrono via senza mordere mai.

"Furor Divinus" e la title track hanno qualche guizzo in più, ma il resto è la consueta ricetta made in Polonia.

venerdì 5 maggio 2017

The Discovery (2017)

Charlie McDowell | Netflix

"The Discovery" ha un inizio che ti mette nello stato d'animo giusto, misterioso quel tanto che basta per incuriosire e darti la voglia di proseguire. (Un modesto) Robert Redford è uno scienziato che ha tolto il velo su uno dei più grandi misteri dell'umanità: l'esistenza dell'aldilà, e tale scoperta ha scombussolato l'approccio stesso alla vita dell'intera razza umana.

La produzione Netflix è un film di chiacchiere dal ritmo molto lento, lentezza che risulterà indigesta ai più, accentuata da ripetuti silenzi e da una prestazione moscia degli attori. L'ottima premessa non viene approfondita a dovere, con un brusco calo della tensione nella parte centrale, ma l'argomento trattato e le riflessioni che mette in moto mi hanno affascinato, portandomi a consigliare la visione ai curiosi.

Si parte col botto e qualche pezzo rotola via durante la corsa, ma "The Discovery" arriva al traguardo, pur se con il fiato corto.


giovedì 4 maggio 2017

Gorguts - Colored Sands (2013)

Canada | Season of Mist

I canadesi Gorguts non hanno mai raccolto tutto quello che meritavano, nonostante l'evoluzione e il miglioramento costante del loro originale brutal death d'avanguardia, avvenuto album dopo album, con un suono cannibalizzato da una vergognosa serie di cloni più o meno deprecabili.

"Colored Sands" arriva dopo anni di silenzio e con una formazione quasi del tutto rimaneggiata, ma bastano le prime note per comprendere l'imponenza e la magnificenza di questo titano del metal.

Pur senza rinunciare a intricati assalti frontali, la band eccelle nella messa in opera d'atmosfere fosche, enigmatiche, stranianti, per merito di un riffing che fa delle dissonanze il proprio punto di forza.

Arrangiamenti sublimi, originalità verace e capacità tecniche messe al servizio del gusto, per uno dei più stravolgenti album degli ultimi anni.


mercoledì 3 maggio 2017

Necrowrecth - Satanic Slavery (2017)

Francia | Season of Mist

Se penso alla scena metal estrema francese, la prima cosa che mi salta in mente è la follia. Molte delle realtà più "conosciute" presentano una dose d'avvolgente insania che arricchisce il suono e rende l'ascolto più imprevedibile.

I Necrowrecth scelgono una strada diversa, pubblicando un album di black death metal old school, marcio, diretto, veloce e satanico come la buona tradizione impone.

Nessuna concessione melodica, nessun momento di pausa, ma solo otto brani cattivi e devastanti, graziati da una produzione veramente azzeccata.

Consigliato ai più intransigenti e nostalgici.

martedì 2 maggio 2017

40 Watt Sun - Wider than the Sky (2016)

Inghilterra | Radiance Records

Malinconia circolare.

Potrei concludere così questo post, lasciando ai più curiosi la voglia di scoprire questo piccolo gioiello di struggente doom rock e dolce calore pop.

"Wider than the Sky" tocca il cuore sfruttando il lento incedere di pachidermiche composizioni (si superano facilmente i dieci minuti) dalle melodie semplici, ripetitive, rotonde.

La prova dietro il microfono del chitarrista Patrick Walker sorprende pur nella sua imperfezione, spargendo le briciole sul sentiero senza uscita dei 40 Watt Sun.

Il disco degli inglesi richiede il giusto stato d'animo per essere approcciato, e l'ascolto potrebbe risultare altrettanto pesante, ma alcuni sapranno smarrirsi e abbandonarsi.

A me è riuscito facilmente.

lunedì 1 maggio 2017

Figlio di Dio (1974)

Cormac McCarthy | Einaudi

"Figlio di Dio" è un libro che non si dimentica, uno di quelli che ti porti dentro per sempre, nell'angoletto delle cose da raccontare, condividere, difondere.

Di Cormac McCarthy avevo letto solo "La strada", ma in questo esiguo numero di pagine vive uno dei personaggi più umanamente raccapriccianti di cui ho memoria, un reietto spregevole con cui, seppur a malincuore, ho condiviso emozioni, solitudine, eccitazione e miseria. 

Lo stile asciutto ed essenziale di McCarthy descrive con inaudita freddezza uno spicchio di mondo dove la speranza si corrompe con l'immondizia, il futuro è cenere e la ribellione necessita di tutto l'orrore concepibile.

Duro, indigesto, meraviglioso.