lunedì 29 maggio 2017

Dame En Noir - La Clef des Songes (1998)

Italia | Elegy Records

Mi sembra doveroso iniziare la collaborazione con Barbagamer Micro buttando sul piatto una band semisconosciuta della mia sorridente cittadina sulla riviera ligure.

I Dame en Noir nascono come Yog Sothoth all'inizio degli anni '90, dediti ad un tradizionale death metal senza tanti fronzoli. Da li a poco, dopo qualche concerto e qualche avvicendamento in line up cambiano genere e monicker. La matrice death metal resta sullo sfondo, per dare più spazio a melodie ed atmosfere più vicine al doom di Anathema e My dying Bride degli inizi. Nel 1995 esce sotto etichetta Nadir il demotape "Comédie Humaine", che contiene tre pezzi.

Passano ancora un paio d'anni ed entra in formazione anche Francesca, la cui voce si va ad aggiungere al growl di Giuseppe e Luca.

Nasce così "La Clef des Songes", album che si bilancia fra atmosfere cupe ed eteree generando sonorità davvero interessanti per l'epoca. Fra le nove tracce del disco segnalerei "To the Listening Emptyness", forse la traccia più tirata dell'album, poi la fantastica "La Novità del Suono e il Grande Lume", tratta da un passo della Divina Commedia e già presente anche sul demo e ancora le sognanti atmosfere di "Dismal Beauty" arricchite dal flauto traverso di Francesca.

Purtroppo dopo poco i ragazzi sciolsero la band per darsi ad un nuovo progetto improntato sul progressive, ma credo siano durati poco.

Vi lascio il link per ascoltarvi l'album:

domenica 28 maggio 2017

L'ultimo degli uomini (2003) [REPOST]

Margaret Atwood | TEA

Margaret Atwood è una scrittrice canadese (classe 1939) atipica nel panorama della narrativa odierna. Le sue opere sono impregnate da una discreta componente fantascientifica (certamente sui generis) anche se, in svariate occasioni, l'autrice ha rimarcato con decisione la quasi totale estraneità da questo calderone di lettere, astronavi e disastri post apocalittici, preferendo seguire un percorso professionale e artistico sicuramente più libero e stimolante. Molti dei suoi romanzi danzano tra richiami apparentemente di genere contraddistinti da una solida caratterizzazione di personaggi e ambientazioni, miscelati con un vivace e ritmato stile narrativo. Inoltriamoci dunque nell'analisi di una delle sue opere più riuscite ed affascinanti: L'ultimo degli uomini.

L'ultimo degli uomini (il protagonista) è uno dei pochi sopravvissuti della razza umana, eletto a “Portatore della parola del padre Crake e della madre Oryx” da una tribù di uomini-fanciulli alquanto mutati/mutanti. Ma non sono solo i componenti di questo villaggio a essere “diversi”: strane combinazioni animali rendono ardua la vita del nostro che, spinto dal bisogno di cibo e oggetti di prima necessità, deciderà di tornare lì dove tutto ha avuto inizio, intraprendendo un viaggio per ricordare e riscoprire il proprio passato e per raccontare al lettore, attraverso innumerevoli flashback, tutte le vicende, le relazioni e le cause che hanno portato alla distruzione del mondo degli uomini.

Con grande perizia la Atwood da vita a personaggi palpabili e concreti, non lesinando mai nel raccontare retroscena pieni di quotidianità, frammenti di vita passata che permettono alla storia d'ampliarsi ed arricchirsi a dismisura. Attraverso i ricordi del protagonista scopriremo una grande storia d'amore e amicizia, che è alla base di tutto il racconto, un intreccio mai scontato o pateticamente sdolcinato, cosa questa non molto ricorrente in analoghe creazioni letterarie.

Ma il vero punto di forza del libro è, senza ombra di dubbio, la suggestiva ambientazione pennellata dalla scrittrice: un paradiso devastato ma pieno di vita nuova e selvaggia, dove l'uomo è l'elemento vecchio e fuori luogo, un feticcio obsoleto di una storia altra, già vissuta, già raccontata, già terminata. In un modo di merda. Il ritmo non viene mai meno anche se la Atwood si concede tutte le pause necessarie ad imbastire autentici momenti di tensione, vere perle di scrittura ed atmosfera.

Lo stile incisivo e descrittivo dell'autrice colpisce in pieno il bersaglio: intrattenere il lettore con materiale fantastico di qualità, senza ricorrere a pacchianate ridicole e inconcludenti (ehm, chi ha gridato "Emo Vampiri Che Non Trombano Ma Che Amano Sotto Il Radioso Sole Settembrino - Parte II"? Un applauso signori, un grande applauso! E tu, ragazzina in terza fila, rimettiti le mutandine e asciuga la poltrona!).

Sicuramente un'opera popolare ma non certo costosa carta per pulirsi il culo.

E scusate se è poco!


sabato 27 maggio 2017

Gummo (1997) [REPOST]

Harmony Korine | USA

Gummo è un calcio dritto nelle palle, improvviso e lancinante. Una pellicola con una tale carica nichilista e anti-umana disgusta ma ti afferra per la gola e ti costringe a guardare, a osservare dritto negli occhi il degrado e lo squallore che accompagna le vite dei personaggi. Le vicende raccontate (il più delle volte in modo sconclusionato) sono ambientate in una cittadina, Xenia in Ohio, devastata da un tornado che ha ucciso molti dei suoi abitanti.

Ma non sono solo le case a essere state spazzate via...

Per i sopravvissuti alla catastrofe non rimane altro che un corrotta e putrida esistenza, una copia sbiadita e logora di quella che prima pensavano fosse vita. Non c'è luce in questo luogo, ma solo una grigia coltre di nulla, un rassegnato procedere verso l'oblio dell'intelletto e della dignità umana. C'è morte, tanta morte, sin dentro le vene, nell'aria, nei macabri giochi di fanciulli lasciati a essiccare sotto un sole che non scalda.

Harmony Korine dipinge una tela dove il giallo è del piscio e il blu è quello di una piscina piena di rifiuti, un ritratto di un paese, l'America, che accecato dalla rincorsa continua al Sogno si lascia dietro milioni di reietti, d'ultimi, di perdenti, di falliti che appartengono al reale, al quotidiano. Sono i figli che è meglio nascondere, i difetti da estirpare per non compromettere la propria immagine, i problemi che non richiedono attenzione.

La telecamera segue queste vuote figure con freddezza e distacco, non nascondendo nulla allo spettatore, ma vomitandogli addosso puro acido corrosivo, aprendo il sipario su questo tetro teatrino d'anime nate già defunte. Il messaggio è così destabilizzante che metabolizzarlo è ostico.

Il regista non cerca risposte ma contempla attraverso la lente della cinepresa, registrando quando effimera e agghiacciante possa divenire l'esistenza umana. Una muta e distratta autodistruzione.

Sicuramente da guardare cercando d'arrivare al finale delirante, una perla di negatività e pessimismo che il cinema mainstream non ha il lusso, o il coraggio, di permettersi.

Altra caratteristica eccentrica (e assolutamente azzeccata, per il sottoscritto) risulta essere la colonna sonora, che alterna svariate tracce di extreme metal band più o meno underground (Bathory, Absu, Nifelheim, Bethlehem, Burzum, Mystifier) a brani come "Like a Prayer" di Madonna e "Everyday" di Buddy Holly (WTF!). L'effetto è sempre disturbante e malsano.


venerdì 26 maggio 2017

La saga di Terramare (1968 - 2001) [REPOST]

Ursula K. Le Guin | Mondadori

Ricordo ancora il mio primo romanzo fantasy, quel libretto sconosciuto che risponde al nome de "La spada di Shannara", divorato in un paio di giorni di lettura claustrale.

Ne seguirono moltissimi altri, dai fondamentali ai più imbarazzanti, in un turbinio di elfi, nani e hobbit. Poi arrivò la fantascienza. Arrivarono Dick, Gibson ed Asimov tutti insieme allegramente, ghignanti come famelici bastardi. Fu come passare da Postal Market alle VHS porno in un solo giorno, con la casa libera ed infinita carta igienica da sperperare in nome della gioia ormonale.

Accantonai il mio primo amore e mi persi nello spazio, beato, insaziabile, sfigato. Furono anni importanti quelli, anni che mi portarono ad essere quello che sono oggi, un bambino curioso con qualche soldo in più e qualche sogno in meno, ma lasciamo perdere che altrimenti mi scende la lacrima e torno a giocare con il Megadrive.

Un bel po' di tempo fa ho letto un post, in un gruppo privato di Facebook, dove si parlava molto bene di questa saga della Le Guin, scrittrice apprezzata dal sottoscritto per le sue opere fantascientifiche. Incuriosito, ho acquistato la versione digitale (ed a lettura terminata anche quella cartacea, ma vabbè) di questo bel mattone che raccoglie tutti i libri che compongono le avventure di Ged, Sparviere per gli amici.

Cazzo! Bum! Pezzi di cervello e cuore sparsi per la stanza! Scrittura sopraffina, elegante nel dipanarsi tra personaggi memorabili e vicende ad ampio respiro, tra dialoghi vivi e concreti e descrizioni poeticamente "realistiche". Sicura dei propri mezzi, la Le Guin tratteggia un'ambientazione ricca di fascino e la riempie di vita, religioni, superstizioni, critica sociale, rivalsa femminile e di tantissimi periodi da sottolineare con il pennarello delle grandi occasioni.

"La saga di Terramare" è letteratura senza puzza sotto il naso, emozionante e stratificata, per tutti e per tutte le età. Fantastico.

Adesso posso tornare a sperperare denari in letture fantasy, colmo di rinomata fiducia nel genere! A che punto si trova il mio vecchio amico Terry Brooks? Eh? Cosa cazzo succede? Oh porca puttana... Venticinque romanzi... VENTICINQUE!


NOTA AGGIUNTIVA: "I Racconti di Terramare" dello Studio Ghibli non mi era dispiaciuto. Non avevo letto ancora la saga. Ecco. Non mi ERA dispiaciuto.


giovedì 25 maggio 2017

I Am Alive (2012) [REPOST]

Ubisoft Shangai | Xbox 360

Con questo gioco mi sono trovato alle prese con una produzione che, partendo da un paio di semplici idee, riesce a veicolare sensazioni particolarmente intense, sfruttando in maniera magistrale l'atmosfera delle ambientazioni di gioco e l'avvolgenza insita nelle migliori creazioni "videogiocose".

I Am Alive ha meccaniche ludiche ben rodate e già sperimentate, seppur in maniera diversa, in altri titoli Ubisoft. L'impatto iniziale riporta subito alla mente le gesta di Altair e soci zompettanti, ma basta aggrapparsi al primo pilastro semi distrutto per accorgersi della "novità" introdotta dagli sviluppatori. Ogni azione motoria, sia essa un'arrampicata oppure uno scatto, affaticherà il protagonista, consumandone la resistenza fisica. Giunti al massimo sforzo sopportabile, il giocatore potrà trattenere la presa ancora per pochi istanti premendo ripetutamente un dorsale del pad, per poi cadere in maniera definitiva. Questa semplice variante modifica drasticamente l'approccio al gameplay, richiedendo per quasi ogni scalata strategia e panificazione, con una gestione oculata nelle minime risorse che possono aiutarci durante le sessioni più impegnative. 

L'ostilità del territorio, unita alla vulnerabilità del protagonista, fanno schizzare la tensione verso i massimi livelli, con sequenze di gioco al cardiopalma dove la salvezza è vicina ma dannatamente faticosa da raggiungere. Il sistema di controllo non perfetto contribuisce a donare al protagonista quell'umanità che tanto giova alla credibilità del tutto.

E proprio parlando d'umanità non si può fare a meno di citare l'altro elemento fondamentale di I Am Alive: i sopravvissuti. Quel che resta della società non sono altro che uomini intenti a restare vivi, cooperando in alcuni casi oppure attaccando la maggior parte delle volte. La preoccupante penuria di proiettili rende l'incontro con i sopravvissuti ostili una danza mortale fatta di false minacce con la pistola scarica, brutali e veloci uccisioni a base di machete e disperate fughe per la salvezza. Le reazioni lasciano spesso spiazzati e, non di rado, un leggero senso di colpa sottolinea le scelte morali più discutibili che il giocatore si trova a prendere durante il proprio viaggio in questo cumulo di macerie e disfacimento.

Con questo continuo alternarsi di tensione e amarezza I Am Alive centra in pieno il bersaglio, rivelandosi un'esperienza profonda e matura dalla spiccatissima personalità. dove poco importa dei palesi limiti tecnici o della non eccelsa durata del titolo, perché il gioco ci spalanca le porte di un'universo fittizio stracolmo di sensazioni, dubbi e situazioni forti, autentiche.

Questo è uno dei "modi giusti" di raccontare storie adulte sfruttando appieno tutte le caratteristiche proprie del media Videogioco, con buona pace del David Cage di turno.



mercoledì 24 maggio 2017

Gunvalkyrie (2002) [REPOST]

Smilebit | Xbox

Realizzato da Smilebit (ricordiamo alcuni dei titoli usciti su console, più o meno recenti, come il fastidiosissimo Jet Set Radio ed il magistrale Panzer Dragoon Orta) e pubblicato da Sega nel 2002, Gunvalkyrie si presenta alla massa giocante mostrando tutti gli elementi fondamentali di un buon shooter arcade: tanti nemici a schermo, varietà d'armamentario, boss grandi e infami, un tatticismo frenetico ma non confusionario e una veste grafica sinceramente sbalorditiva.

Ma una cosa è cambiata rispetto allo standard classico di Sega: l'immediatezza dei controlli. Il gioco è fottutamente ostico da padroneggiare, anche e sopratutto in virtù della tempestiva velocità di reazione richiesta per sopravvivere alla valanga di nemici che infestano lo schermo. La padronanza dei suddetti esige un lungo periodo d'apprendimento, un nefasto lasso di tempo fatto di tentativi, imprecazioni e crescente frustrazione nichilista. Solo nel momento della totale comprensione e della giusta manualità acquisita, il gioco si schiude, concedendosi per brevi istanti, elargendo minuscole soddisfazioni che sfociano in ingiustificati momenti d'euforia incontrollata.

Non c'è tregua nei livelli del prodotto Smilebit, solo schivate fulminee, assalti mirati e liberatorie smart bomb dal sentore quasi divino. Nella pioggia di proiettili, tra gli scontri con i possenti boss di fine livello, in planate disperate e concitate il gameplay risalta, fiero ed arrogante, trasportando il giocatore in quel flusso di concentrazione e godimento che solo i migliori videogiochi riescono a canalizzare.

Certamente Gunvalkyrie non è garbato, bramoso di un rapporto anale ancora prima del bacio, ma il fascino delle sue meccaniche ludiche non potrà far altro che attrarre i giocatori più masochisti e testardi, ripagandoli con una sostanzioso innalzamento dell'ego più becero e nerd.

Se cercate uno shooter nuovo nell'apparenza ma bastardissimo nello spirito, accomodatevi pure, ma ricordate di allontanare da voi conoscenti, amanti, amici, reliquie sacre ed eventuali cimeli di vostri parenti defunti.

Potrebbero pagare il prezzo della vostra pazzia.


martedì 23 maggio 2017

Massimo Volume - Lungo i bordi (1995) [REPOST]

Italia | Mescal

Misi nello stereo "Lungo i bordi" nell'inverno del 1997. Avevo pescato questa musicassetta in una bancarella dell'usato, allestita nella piazza di una cittadina molisana, Termoli. L'acquistai d'impulso, incuriosito dalla copertina. Era tarda serata quando, armato d'un paio di cuffie di pessima qualità, fui risucchiato nel vortice dei Massimo Volume.

Non ero pronto a spalancare gli occhi sulla realtà, in quel fluire di musica liquida e parole taglienti, di note malinconiche e sospese, di frammenti di vita su cui, timidamente, mi stavo affacciando, in parte intimorito, in parte rinfrancato.Rimasi lì, rapito da immagini, odori, suoni ed umori nuovi,  ascolto dopo ascolto, sempre più in profondità, sempre più assorto, sempre più intensamente consapevole d'aver partecipato ad una confessione privata, intima, fragile.

Successivamente avrei scoperto tutto quel fermento creativo che risponde al nome di post rock, ma il mio cuore resta ancorato lì, lungo i bordi di quell'album di vivide fotografie sonore che i Massimo Volume hanno voluto condividere con me.

Struggente.



lunedì 22 maggio 2017

Martyrdöd - List (2016)

Svezia | Southern Lord

Parte con il botto questo "List" degli svedesi Martyrdöd, grazie a un brano come "Overlevaren", un coinvolgente assalto crust/death/punk/metal abrasivo a base di d-beat e voce ruvida.

L'incantesimo si dissolve con l'arrivo delle melodie discutibili che iniziano a impestare le canzoni successive, tanto orecchiabili quanto banali e prevedibili.

Tutto il resto del disco è un ripetersi della medesima struttura, protratta nel tempo e abusata fino alla nausea, perfetta per una serata a base di pizza con la cipolla e rutto libero ma che frantuma i coglioni veramente troppo in fretta.

domenica 21 maggio 2017

Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day (2014) [REPOST]

Sunrise, Shochiku, Crispy's Inc. e Grasshopper Manufacture | PlayStation 3


Gli Occhi del Giappone
Katsuhiro Ōtomo è un figo, pochi cazzi. Creatore di quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di "Akira", ha impresso in maniera indelebile l'immaginario sci-fi collettivo, tratteggiando con maestria regole e convenzioni stilistiche ancora in auge. Ed è proprio dall'omonimo lavoro di Ōtomo (datato 1979) che questo Short Peace prende il via, coinvolgendo nell'intero progetto nomi illustri dell'animazione nipponica. Quattro cortometraggi sontuosi (con l'apripista "Possessions" nominato all'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione), che stupiscono per ricercatezza artistica, realizzazione tecnica e potenza comunicativa ("Gambo" è da brividi), affreschi in movimento che, pur attingendo a piene mani dal tipico immaginario fantastico/fantascientifico nipponico, riescono a svecchiarne la formula con estrema eleganza e sensibilità.

Le Mani del Giappone
Ma non di sola animazione si compone Short Peace, presentando un quinto atto che utilizza il videogioco come veicolo espressivo prioritario. Crispy's Inc e Grasshopper Manufacture omaggiano il Maestro con Ranko Tsukigime's Longest Day, run 'n' gun minimalista ad avanzamento forzato farcito di sequenze animate e follie assortite. Nonostante l'eccessiva semplicità dell'infrastruttura ludica, il gioco riesce a divertire sfruttando meccaniche ben rodate che fanno del tempismo e della velocità d'esecuzione il cardine di tutta l'esperienza. Nessuna pretesa di boriosa complessità ma solo tanto stile e un sano, furioso ed eccentrico turbinio di salti ed attacchi fulminei.


Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day è un guizzo di splendida meraviglia giapponese, un cocktail di follia e genio artistico che non lascerà indifferenti tutti gli amanti dello stile nipponico.


sabato 20 maggio 2017

Cytotoxin - Radiophobia (2012)

Germania | Unique Leader Records

Pur se privo dell'elegante brutalità di un disco già trattato in questo blog, "Radiophobia" rimane un cazzo di bestione possente tutto brutal death metal, tecnica e devastazione nucleare.

I tedeschi ci vanno giù pesante, imbastendo trame chitarristiche annichilenti su ritmiche inumane e matematiche, con brani come "Radiophobia", "Survival Matrix" o "The Red Forest" che creano genuina esaltazione mortifera.

Le sonorità del gruppo non si distanziano dai dettami imposti dai maestri del genere, ma messi davanti alla qualità indiscussa di "Radiophobia" non resta che alzare il volume e a palla  e lasciarsi bombardare da cotanta impietosa bellezza violenta.

Cafone con stile.

venerdì 19 maggio 2017

Bravely Default (2012) [REPOST]

Silicon Studio | Nintendo 3DS


Ho un rapporto malsano con i JRPG. Uno di quei rapporti che sarebbe il caso di troncare sul nascere, vista la mancanza d'equilibrio e sanità mentale.

Ogni volta ci ricasco. Ogni volta. La smania del grinding prende il sopravvento, trasformando le prime (50) ore di gioco in una trottola pseudo spastica, con il personaggio intento a scavare un pozzo petrolifero nei suoi due metri quadrati, una novella trivella che nulla ha da invidiare ai più rinomati porno attori passati, presenti e futuri. La scimmia continua ad accarezzarmi la testa fino a quando ne ho pieni i coglioni e abbandono tutto lì, con personaggi al livello 70 che ancora attraversano l'uscio della casa natia, nel villaggio iniziale.

Ma Bravely Default ha spezzato questa maledizione! Ho speso 100 ore di vita spolpando ogni segreto del titolo Silicon Studio, preso da una foga pre-adolescenziale inattesa e vergognosa.

Tra classi multiple, personaggi stereotipati (ma simpatici), una trama demenziale, migliaia d'oggetti e tanti segreti da scovare (tra cui un finale SUPA DUPA ULTRA SECRAT folle, meta ultima di tutti i giocatori così malati da voler ripetere svariate volte "una cosa"), Bravely Default omaggia (ruba) tanto da Final Fantasy quanto da un modo di fare JRPG che impianta le proprie radici nella tradizione, innovando solo gli aspetti prettamente tecnici.

Ah, grafica figa (il 3D è implementato con intelligenza) e sonoro eccellente (qualche brano è strepitoso). Compratelo se siete appassionati/nostalgici in cerca di un videogioco di ruolo giapponese come Square Enix comanda(va).


giovedì 18 maggio 2017

Windswept - The Great Cold Steppe (2017)

Ucraina | Season of Mist

Ho scritto un post sui Drudkh qualche mese fa. Bene, i Windswept sono i Drudkh privati dell'ugola maligna di Thurios.

"The Great Cold Steppe" elimina i rallentamenti melodici e le parti folk dal sound della band ucraina e ne mantiene (quasi) interamente il riffing fluido e ossessivo, spingendo l'acceleratore su tempi di batteria sostenuti e circolari.

La monotonia voluta e la ripetitività dei lunghi brani sono ancora al proprio posto, la granulosità del sound è quella e l'ipnosi nera indotta funziona ancora, ma viene spontaneo interrogarsi circa l'utilità di un nuovo (l'ennesimo) progetto musicale così poco differente da quello principale.

"The Great Cold Steppe" resta comunque un ottimo album di nero metallo nella sua forma più ferale e incontaminata. 

mercoledì 17 maggio 2017

The Gathering - Afterwords (2013)

Olanda | Psychonaut Music

Avevo lasciato i The Gathering a "Souvenirs", album che ho apprezzato quasi completamente, e aiutato da una lunga notte insonne sono andato a cercare gli olandesi su Spotify, incappando quindi in "Afterwords".

L'assenza di Anneke van Giersbergen dietro al microfono ha privato il gruppo di un punto di forza, ma la cosa che mi ha lasciato più interdetto è l'inconcludenza che affligge tutte le composizioni presenti in questo lavoro.

I pochi momenti buoni soffocano in un batuffolo d'inconsistenza spaventoso, con brani che naufragano un istante prima d'aver comunicato qualcosa, frammentati bozzetti senza rifinitura alcuna.

"Afterwords" s'atteggia ma fa solo tanta tenerezza.

martedì 16 maggio 2017

WarioWare, Inc.: Minigame Mania (2003)

Nintendo R&D1 | Game Boy Advance (Virtual Console Wii U)

Sono passati quattordici anni dall'esordio del "WarioTurboDivertimento" ma WarioWare, Inc è ancora così fottutamente attuale, geniale, divertente, originale e meraviglioso che giocarlo adesso, anche se per la prima volta, mantiene intatta quell'eccitante sensazione di CHE CAZZO SUCCEDE! È TUTTO FOLLE! AIUTO! DATEMENE ANCORA! WARIO SINDACO DELL'UNIVERSO! che da sola vale il prezzo d'ingresso.

Le mitragliate di minigame che ci troveremo ad affrontare in rapida successione creano un clima d'ilare benessere, esempio lampante di un design fuori scala, tarato al millesimo di secondo, fulmineo nell'esporre le proprie regole e immediato nell'appagare il fruitore.

Avanzando nel delirio si sbloccheranno numerosi giochilli stand alone, snack croccanti con cui sprofondare nell'autismo più pericoloso, cristallizzando retina, sinapsi  e vita sociale (?).

WarioWare, Inc.: Minigame Mania ha uno stile grafico grottesco, un accompagnamento musicale deleterio e una grandinata di micro esperienze turbo da psicosi. Veramente avete bisogno d'altro?



lunedì 15 maggio 2017

The Pineapple Thief - Your Wilderness (2016)

Inghilterra | KScope

L'undicesimo album della prog band inglese è stato il mio battesimo con la proposta musicale del gruppo.

La prima cosa a colpire favorevolmente è la pregiata prestazione, ricca di gusto e tecnica mai fine a se stessa, del batterista che con sommo piacere ho appreso essere Gavin Harrison, nome noto del panorama musicale italiano e "recentemente" entrato nelle fila dei Porcupine Tree.

"Your Wilderness" è una convincente opera di rock intelligente e malinconico, dove ritmi carnosi dettano le regole di composizioni estremamente diversificate, caratterizzate da melodie orecchiabili che non cedono alle facili tentazioni del pop più banale.

Il timbro soffiato e sussurrato di Bruce Soord, pur non titillando le giuste corde del mio gusto personale, arricchisce d'emozione l'intero lavoro che, tra sperimentazioni mai esasperate e scariche d'adrenalina distorta, riesce a regalare piacevoli minuti d'ottima musica introspettiva.

Concreto, emozionale e arrangiato divinamente.

domenica 14 maggio 2017

Ginga Ojousama Densetsu Collection (2008) [REPOST]

Red Entertainment | PlayStation Portable

Questo Ginga Ojousama Densetsu Collection ha tre caratteristiche che mi hanno spinto all'acquisto (leggermente oneroso) di una copia: Ginga Fukei Densetsu: Sapphire, Red Entertainment e PlayStation Portable. Traducendo il tutto in un'unica frase: un fottutissimo sparatutto verticale, sviluppato da quei mostri della Red, da poter portare sul Trono Supremo.

Poco importa se all'interno della compilation trovano spazio le prime due parti di Galaxy Fraulein Yuna, visual novel venate dai tenui elementi RPG, inaccessibili al sottoscritto per incomprensione totale dell'idioma nipponico. La scimmia era tutta per lui, il fantomatico Ginga Fukei Densetsu: Sapphire, mostriciattolo tecnico che ha messo alle strette le capacita computazionali del PC Engine CD nel 1995, quel semplice pezzo di policarbonato dal costo leggermente esagerato, un shooting game da possedere. Fisicamente.

Il titolo della Red rientra ancora all'interno di una filosofia dello sparatutto di stampo tradizionale, ma certamente non privo della crudeltà insita negli esponenti più prossimi ai danmaku. Differenti astronavi con differente potere offensivo, upgrade incrementali, ritmo incessante, ottima leggibilità dell'azione, boss di fine livello da invocazione satanica, tripudio di bellezza bitmap ed effetti speciali, esaltati da una colonna sonora che non perdona, sorella diretta del puro metallo che solca, con petto villoso e fallo eretto, gli stage di Winds of Thunder e Gate of Thunder. 

Non possedete un PC Engine CD, un pacco di soldi e adorate i buoni shooting game? Ginga Ojousama Densetsu Collection è un buon compromesso per placare la vostra fame di distruzione, e se avete dimestichezza con il giapponese potrete godervi anche l'accoppiata di visual novel presenti all'interno della collection e morire di felicità nerd.


Solo per veri appassionati.


sabato 13 maggio 2017

Kingdom Under Fire: Circle of Doom (2007) [REPOST]

Blueside | Xbox 360

Kingdom Under Fire: Circle of Doom è un gioco sbagliato, pochi cazzi, marcio dalle fondamenta, senza speranza. I sud coreani Blueside hanno costretto un musou all'interno di sentieri strettissimi, con una barra della stamina che limita il susseguirsi di combo (che incominciano a scorgersi solo dopo un ragguardevole incremento della relativa statistica) ed un sistema di telecamere da scomunica ecclesiastica perenne.

Ci si ritrova circondati da (semi) orde di "mobbaglia" dalla dubbia intelligenza (caratteristica di ogni musou che si rispetti), impossibilitati nello sterminio di massa da angolature della visuale che strappano bestemmie e sorrisi in equal misura. Ma il tutto assume i toni della parodia una volta varcate le porte delle boss fight... Creature di dimensioni modeste rinchiuse all'interno di un pollaio di periferia che zompettano con discrezione e impallano la camera con arroganza.

La componente da RPG all'acqua di rose potrebbe regalare qualche soddisfazione ai cultori dei giochi brutti (eccomi!), ma tutto il resto è così tremendo, rivoltante e mal fatto che un tacco sui testicoli potrebbe appagarvi enormemente di più.

Ah, per non parlare del doppiaggio in italiano e dell'assenza totale di uno straccio di "trama" (LOL) o nesso logico tra parti giocate (ahahahah!) e sezioni oniriche pseudo mistiche (ari-ahahahaha!).

Detestate con ogni cellula del vostro corpo un conoscente/parente/amante/animale? Ecco il regalo giusto per rinsaldare i rapporti. Risultato assicurato.


venerdì 12 maggio 2017

Trackmania Turbo (2016) [REPOST]

Nadeo | PlayStation 4

Trackmania Turbo è una figata pazzesca, inutile menare il can per l'aia. Si corre contro il tempo e contro il track design, ottimizzando l'ingresso in curva, giro dopo giro, salto dopo salto, turbo dopo turbo.

Tutto scorre fluido, veloce, colorato, eccentrico, adrenalinico. Si zompa allegramente attraverso percorsi ufficiali e non, utilizzando quattro differenti tipologie di vetture, diversificate con equilibrio ed estremamente appaganti da guidare. Tutto figo, tutto bello, tutto tutto.

Ma Trackmania Turbo è anche il figlio sadico di menti deviate, educato a suon di scudisciate sul membro e quindi altamente vendicativo. Ci sono le canoniche tre medaglie da vincere, medaglie che sbloccano l'accesso ai campionati successivi. Il "problema" sorge proprio qui: ottenere l'aurea riconoscenza non è cosa da poco sin dalle prime gare, ma con il sopraggiungere dei percorsi più accidentati e pieni d'ostacoli si ha la consapevolezza piena della malvagità insita in questo folle mondo di sgommate e colori.

Perché basta un fottuto sasso per compromettere una prestazione d'applausi a scena aperta. Perché basta inclinare un pizzico di più la leva analogica durante un salto per precipitare nella voragine della vergogna. Perché la ripetizione alcune volte non basta, ma ci vuole anche un po' di culo e questa non è mai una cosa buona in un videogioco. Certo, l'esperienza mitiga l'apparente sensazione d'impotenza, ma la fisica in game ha qualche lieve sbavatura di troppo. 

Trackmania Turbo è accessibile e frustrante in equal misura ma l'offerta di Nadeo resta difficile da rifiutare. Rovesciate le croci, disegnate un pentacolo sotto il vostro divano, truccatevi come il buon Abbath Doom Occulta e tuffatevi in questo Parco Giochi Della Bestemmia.

Divertimento per tutta la Famiglia (Cristiana).


giovedì 11 maggio 2017

Valborg - Endstrand (2017)

Germania | Lupus Lounge

Li amo questi Valborg, marci crucchi suonatori di rock estremo scarno e corrotto, vibrante di distorte perversioni chitarristiche, ritmi sciocchi dal suono sintetico, urla lancinanti e liriche in tedesco colme d'odio.

In "Endstrand" ci sono quei riff tamarri e grassi che invitano alla distruzione, quei mid-tempo banali ma tanto gustosi, quell'attitudine gretta che è propria del metallo più purulento, una secchiata d'orgogliosa merda ignorante che ha conquistato il mio cuore e il mio scroto.

Urlare il disprezzo in un mondo, finalmente, in fiamme.

mercoledì 10 maggio 2017

Quantum Theory (2010) [REPOST]

Team Tachyon | PlayStation 3

Non sono un giocatore che si scandalizza quando la buona idea di un singolo viene riciclata da altri. D'altronde il mondo dei videogiochi si basa proprio su questo: qualcuno inventa, la massa copia, espande, ricicla e, forse, migliora.

Non è un mistero che la saga di Gears of War abbia riscritto le regole dello sparare in terza persona, inserendo quei benedetti muretti che adesso riteniamo obbligatori in ogni buon TPS. Ma la serie di Epic aveva compreso benissimo che guidare un carrarmato di carne doveva risultare immediato e divertente. Ed ecco la genialata: un solo tasto per correre, mettersi al riparo, uscire dal medesimo, scavalcarne altri, rotolare e successivamente tornare a correre felici, bersagliati da una pioggia di proiettili, esplosioni, crolli e sbudellamenti vari.

Quantum Theory prova a innestare un po' di Giappone nella ricetta base, copiando tutto ma dimenticando proprio l'ingrediente principale. Si combatte di più con il sistema di controllo che contro gli stupidi avversari, perforando orde di bifolchi deformi poco vari, in scenari che fanno ridere per il ribrezzo. Ci sono anche i "momenti WOW" dei poveri, con qualche palazzo che viene giù e la solita scampagnata in groppa al bestione di turno, ma la goffaggine generale li rende involontariamente buffi.

Raffazzonato, imbarazzante, estremamente derivativo e inutilmente macchinoso, Quantum Theory è una vera primizia per tutti gli amanti del trash videoludico.

Ah, Syd spara certe cazzate che non vi dico.


martedì 9 maggio 2017

Esben and the Witch - Older Terrors (2016)

Inghilterra | Season of Mist

La proposta musicale del terzetto inglese è peculiare, un ibrido di sonorità sciamaniche, incedere darkwave, distorsione gothic rock e briciole pop.

"Older Terrors" racchiude quattro tracce, dalla lunghezza considerevole, estremamente semplici e lineari, dove la voce, infantile e spettrale, della cantante Rachel Davies plana su tappeti monotoni e circolari, ossessivi nel ripetere incessantemente la stessa partitura.

Le canzoni assumono una forma quasi ritualistica che inizialmente aggrada l'orecchio, ma troppo in fretta finiscono per sfiancare l'ascoltatore, lasciandolo con un "sì, ok, e adesso?" a cui non vi è risposta.

Qualche bel brivido d'atmosfera non basta a fare di questo album un buon disco.

lunedì 8 maggio 2017

Varg - Götterdämmerung (2017)

Germania | Napalm Records

"Götterdämmerung" racchiude tutte le caratteristiche che detesto nel metal, un EP di banalità e "luoghi comuni" che Spotify si è sentita di consigliarmi.

Volete delle melodie della minchia pseudo epiche? Come rinunciare a riff stupidi da principi del metalcore de borgata? E una spruzzata di vomito "viking" la vogliamo trascurare? E i cori da stadio? E le chitarre che "stop&go, altro giro altra corsa"? E il tedesco? E la copertina? E perché?

Tutto è stantio, già sentito, mirato a scalare le classifiche finlandesi, fastidioso, plasticoso, incolore, merda, cacca, sciolta e managgia al clero.

Ah, la produzione è proprio quella lì, fredda e di plastica.

domenica 7 maggio 2017

Necrophobic - Womb of Lilithu (2013)

Svezia | Season of Mist

Ho sempre apprezzato la bontà sonora della storica band di Stoccolma, quel loro miscelare oscuri assalti black metal con attitudine che non faccio fatica a definire heavy metal.

"Womb of Lilithu" dimostra con forza tutta la maestria degli svedesi, regalando brani quadrati del riffing coinvolgente e trainante, brani che vanno belli dritti al sodo mandando a fanculo avanguardie e sperimentazioni.

Il risultato finale è orecchiabile e appetibile a tutti gli amanti del nero metallo stufi di arzigogolate masturbazioni hipster.

Heavy!

sabato 6 maggio 2017

Behemoth - The Satanist (2014)

Polonia | Nuclear Blast Records

"The Satanist" è un album dei Behemoth "contemporanei" al 100%, compatto, duro e arrangiato satanicamente.

Purtroppo "The Satanist" è il solito album dei Behemoth "contemporanei", quasi una copia carbone delle ultime fatiche della cricca di Nergal, dove si fa fatica a trovare qualcosa che non quadra ma, con altrettanta difficoltà, si riesce a restare estasiati durante gli ascolti, con brani che scorrono via senza mordere mai.

"Furor Divinus" e la title track hanno qualche guizzo in più, ma il resto è la consueta ricetta made in Polonia.

venerdì 5 maggio 2017

The Discovery (2017)

Charlie McDowell | Netflix

"The Discovery" ha un inizio che ti mette nello stato d'animo giusto, misterioso quel tanto che basta per incuriosire e darti la voglia di proseguire. (Un modesto) Robert Redford è uno scienziato che ha tolto il velo su uno dei più grandi misteri dell'umanità: l'esistenza dell'aldilà, e tale scoperta ha scombussolato l'approccio stesso alla vita dell'intera razza umana.

La produzione Netflix è un film di chiacchiere dal ritmo molto lento, lentezza che risulterà indigesta ai più, accentuata da ripetuti silenzi e da una prestazione moscia degli attori. L'ottima premessa non viene approfondita a dovere, con un brusco calo della tensione nella parte centrale, ma l'argomento trattato e le riflessioni che mette in moto mi hanno affascinato, portandomi a consigliare la visione ai curiosi.

Si parte col botto e qualche pezzo rotola via durante la corsa, ma "The Discovery" arriva al traguardo, pur se con il fiato corto.


giovedì 4 maggio 2017

Gorguts - Colored Sands (2013)

Canada | Season of Mist

I canadesi Gorguts non hanno mai raccolto tutto quello che meritavano, nonostante l'evoluzione e il miglioramento costante del loro originale brutal death d'avanguardia, avvenuto album dopo album, con un suono cannibalizzato da una vergognosa serie di cloni più o meno deprecabili.

"Colored Sands" arriva dopo anni di silenzio e con una formazione quasi del tutto rimaneggiata, ma bastano le prime note per comprendere l'imponenza e la magnificenza di questo titano del metal.

Pur senza rinunciare a intricati assalti frontali, la band eccelle nella messa in opera d'atmosfere fosche, enigmatiche, stranianti, per merito di un riffing che fa delle dissonanze il proprio punto di forza.

Arrangiamenti sublimi, originalità verace e capacità tecniche messe al servizio del gusto, per uno dei più stravolgenti album degli ultimi anni.


mercoledì 3 maggio 2017

Necrowrecth - Satanic Slavery (2017)

Francia | Season of Mist

Se penso alla scena metal estrema francese, la prima cosa che mi salta in mente è la follia. Molte delle realtà più "conosciute" presentano una dose d'avvolgente insania che arricchisce il suono e rende l'ascolto più imprevedibile.

I Necrowrecth scelgono una strada diversa, pubblicando un album di black death metal old school, marcio, diretto, veloce e satanico come la buona tradizione impone.

Nessuna concessione melodica, nessun momento di pausa, ma solo otto brani cattivi e devastanti, graziati da una produzione veramente azzeccata.

Consigliato ai più intransigenti e nostalgici.

martedì 2 maggio 2017

40 Watt Sun - Wider than the Sky (2016)

Inghilterra | Radiance Records

Malinconia circolare.

Potrei concludere così questo post, lasciando ai più curiosi la voglia di scoprire questo piccolo gioiello di struggente doom rock e dolce calore pop.

"Wider than the Sky" tocca il cuore sfruttando il lento incedere di pachidermiche composizioni (si superano facilmente i dieci minuti) dalle melodie semplici, ripetitive, rotonde.

La prova dietro il microfono del chitarrista Patrick Walker sorprende pur nella sua imperfezione, spargendo le briciole sul sentiero senza uscita dei 40 Watt Sun.

Il disco degli inglesi richiede il giusto stato d'animo per essere approcciato, e l'ascolto potrebbe risultare altrettanto pesante, ma alcuni sapranno smarrirsi e abbandonarsi.

A me è riuscito facilmente.

lunedì 1 maggio 2017

Figlio di Dio (1974)

Cormac McCarthy | Einaudi

"Figlio di Dio" è un libro che non si dimentica, uno di quelli che ti porti dentro per sempre, nell'angoletto delle cose da raccontare, condividere, difondere.

Di Cormac McCarthy avevo letto solo "La strada", ma in questo esiguo numero di pagine vive uno dei personaggi più umanamente raccapriccianti di cui ho memoria, un reietto spregevole con cui, seppur a malincuore, ho condiviso emozioni, solitudine, eccitazione e miseria. 

Lo stile asciutto ed essenziale di McCarthy descrive con inaudita freddezza uno spicchio di mondo dove la speranza si corrompe con l'immondizia, il futuro è cenere e la ribellione necessita di tutto l'orrore concepibile.

Duro, indigesto, meraviglioso.

domenica 30 aprile 2017

Eucharist - Mirrorworlds (1997)

Svezia | War Music

Band dalla storia tormenta questi Eucharist, svedesotti dediti a quella branchia del death metal che non ha ritegno alcuno nell'imbastardirsi con la melodia più orecchiabile.

"Mirrorworlds" è passato in sordina, surclassato da album ben più blasonati, ma la sostanza è bella grossa, e la proposta sonora convince egregiamente, grazie al costante impatto delle chitarre, libere d'esprimersi attraverso una spiccata aggressività.

Batteria furiosa, screaming esasperato e giusto un pizzico d'armonia, per un lavoro da riscoprire e apprezzare.

sabato 29 aprile 2017

Bjørn Riis - Lullabies in a Car Crash (2014)

Norvegia | Karisma Records

Chitarrista e fondatore dei norvegesi Airbag, Bjørn Riis esordisce nel 2014 con il suo primo album solista, "Lullabies in a Car Crash", e l'ombra dei Pink Floyd troneggia di prepotenza.

Melodie liquide e atmosferiche su cui i solo di chitarra pennellano fraseggi eterei e malinconici, brani lunghi e pacati dalle ritmiche mai invadenti, arrangiati con discreto gusto.

La voce del barbuto nordico rimanda agli Anathema del periodo "A Natural Disaster", ma è la sei corde di Gilmour la vera musa ispiratrice dell'intero album.

"Lullabies in a Car Crash" è un lavoro onesto e godibile, che non fa nulla per nascondere un amore evidente, sbandierato dall'autore stesso.

venerdì 28 aprile 2017

Milking the Goatmachine - Milking in Blasphemy (2017)

Germania | NoiseArt Records

Privando i tedeschi Milking the Goatmachine del delirante background "storico", e dell'idiozia dei testi, resta visibile solo l'esile scheletro grindcore da manuale delle giovani marmotte morte.

In "Milking in Blasphemy" non esiste un momento d'umorismo sonoro, un briciolo di devianza che desti l'interesse dell'ascoltatore, ammorbato dai soliti riff, dagli stessi pattern di batteria, dalle classiche vocal al sifone e dalle prevedibili du' palle gonfie di noia.

Tutto è piatto, scontato, riscaldato ed evitabile a cuor leggero.

giovedì 27 aprile 2017

High Plains - Cinderland (2016)

Canada | kranky

"Cinderland" non ha particolari pretese artistiche, né vuole ammonire il popolo gretto e ignorante. A "Cinderland" basta solo accompagnare l'ascoltatore in uno stato di rilassatezza, massaggiando i padiglioni auricolari con melodie semplici, arrangiamenti scarni e atmosfere sognanti.

Il duo conosce bene i rudimenti della musica ambient e ne sfrutta la fluidità per incanalare massicce ondate di neoclassica , arricchendo l'ascolto di bei momenti da brivido emotivo.

Un disco che, pur senza sorprendere, evoca facilmente quella piacevole malinconia introspettiva.  

mercoledì 26 aprile 2017

Progenie Terrestre Pura - U.M.A. (2013)

Italia | Avantgarde Music

Black metal e spazio. Black metal cantato in italiano e fantascienza. Black metal italico di sci-fi imbevuto e ambient pem-pem siderale innestato.

Dal Veneto ad Alpha Centauri con un gusto melodico inaspettatamente "solare" e "gioioso", raro nel genere come forme di vita senziente su questa terra.

Da premiare l'idea ma un po' meno la messa in opera, giustamente sintetica ma ammiccante a repentina monotonia.

Progetto da tenere d'occhio.

martedì 25 aprile 2017

Dan Swanö - Moontower (1998)

Svezia | Black Mark Productions

Unico "episodio solista" a portarne impresso il nome, "Moontower", del musico/produttore svedese Dan Swanö, esprime tutte le influenze del proprio autore attraverso otto tracce di death metal melodico e progressivo.

Ogni elemento è opera del solo tuttofare nordico e il risultato tecnico e sonoro risulta assolutamente di primo piano, ma le "buone vibrazioni" non arrivano mai, nemmeno per un istante.

"Moontower" è preciso nella forma ma noioso nel contenuto, costantemente in balia di melodie gentili e gaudenti gradevoli come un calcio nelle palle, artificiose e impermeabili a emozioni anche solo minimamente spontanee.

Se apprezzate fare sesso con una meravigliosa/o vagina/pene di plastica...

lunedì 24 aprile 2017

At The Gates - At War with Reality (2014)

Svezia | Century Media Records

Non deve essere per niente facile scrivere nuovo materiale dopo un disco come "Slaughter of the Soul".

Se ci mettiamo anche venti anni nel mezzo, posso solo immaginare la discussione tra i quattro di Gothenburg:

"Oh, che cazzo ci mettiamo su questo fottuto coso?"
"Come dici?"
"La stessa roba e pedalare?"
"Ok, tutto deciso. Dai che lo facciamo, dai!"

"At War with Reality" riprende il discorso esattamente dal culmine sonoro raggiunto da quel maledetto capolavoro, senza stravolgere nulla e puntando dritto al cuore dei fan. Durante il primo ascolto il nuovo materiale suona bene e riesce a intrattenere, ma quando si cerca la ciccia, la struttura vacilla e scricchiola.

Gira che ti rigira, i brani hanno poco da dire e scivolano via distrattamente, e nulla può il pacchetto perfettino confezionato dagli At The Gates; scartato il regalo, resta solo una cocente delusione.

domenica 23 aprile 2017

Mantar - Ode to the Flame (2016)

Germania | Nuclear Blast Records

Il duo tedesco non inventa un benemerito cazzo, ma ti schiaffeggia con guanti di carta vetrata a suon di grezzissime bordate black 'n' roll, corrosivi rallentamenti sludge spacca cervicale, riff tamarri ideali per percuotere umani incontrati per caso e ritmi mai esasperati ma che mamma mia il crimine!

"Over to the Flame" ha tutto il gusto crucco per il groove pesante, quella mancanza di tatto ed eleganza che inumidisce il glande ed incrementa la rabbia incontrollata, quando, con la radio a palla, si freccia nel mondo con la bava alla bocca e l'odio nel cuore.

 Grazie Mantar, grazie d'esistere e farmi disprezzare i miei simili.

sabato 22 aprile 2017

Ulver - The Assassination of Julius Caesar (2017)

Norvegia | House of Mythology

Ho già scritto dell'imprevidibilità degli Ulver, ma "The Assassination of Julius Caesar" è andato oltre ogni mia più azzardata fantasia.

I norvegesi hanno confezionato un disco di pop sintetico dalle forti influenze ottantiane, riuscendo nel non facile compito d'evitare figure di merda pacchiane o posticce.

Se il brano d'apertura lascia discretamente freddi, basta ascoltare "Rolling Stone", "So Falls the World", "Southern Gothic" e la meravigliosa "Angelus Novus" per lasciarsi andare a ridicoli movimenti di bacino, canticchiando le ruffiane linee vocali senza vergogna alcuna.

Quando avverti l'ombra degli Spandau Ballet, comprendi che gli Ulver sfoggiano una personalità coraggiosa soltanto d'amare, e gli perdoni pure alcuni brani leziosi (la sopracitata "Nemoralia" e la DiscoEstateRaga "Transverbation") che, pur se dalla forma perfetta, non lasciano chissà quali emozioni ad ascolto ultimato.

Prendere o lasciare, ma sempre stima immensa per chi osa e riesce.

venerdì 21 aprile 2017

The Dale Cooper Quartet and The Dictaphones - Parole de navarre (2011)

Francia | denovali

"Parole de navarre" è il jazz che incontra l'ambient e la sperimentazione, filtrando i propri umori notturni con graffi noise e minimalismo spinto.

Guidare l'ascoltatore nei fumi periferici dei francesi spetta agli strumenti a fiato, malinconici esecutori sdraiati ai bordi di una strada poco illuminata, e gli scenari s'espandono e si perdono in una notte umida e corrotta, in lande percosse da spiriti, anime inquiete e miserabili.

Mai smarrirsi fu più catastroficamente gradevole.

giovedì 20 aprile 2017

Bask - Ramble Beyond (2017)

USA | This Charming Man Records

Mamma quando piacere mi regala questo "Ramble Beyond", secondo album della band di Asheville!

Partendo dal southern rock più tradizionale e melodico, i Bask costruiscono un muro sonoro grasso e armonioso, attingendo dall'impatto proprio del metallo senza smarrire l'innata capacita di scrivere ritornelli che fottono le cervella, ormai assuefatta alle ballatone distorte di cui il disco è ricco.

Un giretto psichedelico piazzato lì, un arpeggio messo di qua, quel riff quasi doom che proprio ci voleva e quaranta minuti volano via, quaranta minuti di musica dura, classica e bella d'ascoltare.

Rocka di brutto!

(°_°)

mercoledì 19 aprile 2017

Falls of Rauros - Vigilance Perennial (2017)

USA | Bindrune Recordings

L'amore triste tra "black metal" e shoegaze non ha sfornato perle memorabili, con troppi album privi di una precisa identità, goffi e inconsistenti, senza quel tocco emotivo che l'assurda commistione lascia presagire.

Se non fosse per la voce abrasiva e le accelerazioni di batteria, "Vigilance Perennial" potrebbe serenamente proporsi ad un pubblico non avvezzo alle ruvidità del metal, tanta è la bella melodia presente nelle tracce.

Il gusto melodico superiore alla media fa risaltare gli americani Falls of Rauros, una piacevole e inaspettata scoperta che mi sento di consigliare ai più malinconici metalloidi.

martedì 18 aprile 2017

Hellbringer - Dominion of Darkness (2012)

Australia | High Roller Records

Questo primo full-lenght dei camberrani (camberrioti?) Hellbringer sembra voler rispondere alla domanda: "che succederebbe se mettessimo insieme i Sodom del periodo "In the Sign of Evil"/"Obsessed by Cruelty" con gli Slayer di "Show no Mercy"/"Hell Awaits"?

Perché nei poco più di quaranta minuti di questo "Dominion of Darkness" quello che salta subito all'orecchio sono proprio le influenze della band di Gelsenkirchen, e soprattutto di quella di Huntington Park. Influenze che danno vita ad un disco di un ottimo "blackened" thrash metal capace di riportare indietro l'ascoltatore a sonorità tipiche del primo lustro degli anni '80.

Ed è proprio questo il merito maggiore del terzetto australiano: l'essere riusciti a confezionare un album che se non fosse per la produzione (più che adeguata, ma per forza di cose molto pulita) sarebbe estremamente verosimile credere possa essere stato rilasciato ventidue o ventitré anni prima della data di pubblicazione effettiva.

Certo che, se vogliamo essere onesti, alla band più che di non voler reinventare la ruota si potrebbe imputare di scendere quasi nel plagio in alcuni riff. Ma per il sottoscritto questo è irrilevante, da grande amante di questo tipo di sonorità non posso far altro che "headbangare" compiaciuto davanti ad un disco come "Dominion of Darkness".

lunedì 17 aprile 2017

Ancient Ascendant - Echoes and Cinder (2014)

Inghilterra | Candlelight Records

Secondo album per questa band inglese che deve aver ascoltato molto attentamente i lavori degli Arch Enemy, senza disdegnare abbondanti ore in compagnia di "Reinkaos" dei mai troppo rimpianti Dissection.

Come avrete intuito, ci troviamo al cospetto di un death melodico dalle pesanti influenze heavy metal, suonato dignitosamente e pieno di bei momenti tamarri.

Le tracce scorrono via che è 'na bellezza, spigliate ed a proprio agio, se non fosse per la malsana idea d'effettare la voce con una distorsione "effetto papero" alquanto fuori contesto.

"Echoes and Cinder" nutre e sazia il lurido metallaro interiore, solleticando proprio in quel punto lì, quello scontato ma efficace.

Peccato per l'anatra rabbiosa.

domenica 16 aprile 2017

Neurosis - Souls at Zero (1992)

USA | Alternative Tentacles

Nei commenti in un gruppo di Facebook (a questo link la pagina di Barbagamer Micro) al post apparso sul blog, mi hanno domandato quale fosse il mio disco "preferito" dei Neurosis e la mia, poco originale, risposta non si è fatta attendere troppo: "Souls at Zero".

Capita a ogni maledetto essere umano d'attraversare momenti difficili che interrompono il lento fluire della vita "normale", prove da superare che lasciano solchi profondi e purulenti con cui si può solo imparare a convivere, consapevoli d'essere cambiati per sempre, in maniera irreversibile.

Durante una di queste voragini emotive ho avuto la fortuna d'incappare in questo album, ed è stato come trovare un appiglio poco prima di precipitare, come scoprire che tutta quella merda poteva essere "condivisa" per cercare di rimanere a galla..

"Souls at Zero" è ribollente magma emozionale, stridente rumore rabbioso, un grido animalesco che squarcia un opprimente budello di confusione e malessere.

"Souls at Zero" è imperfetto e diverso, sbagliato e reietto, così disperatamente umano, così fragilmente universale.

Ancora oggi, perso nelle rumorose onde sonore emanate da questa creatura, posso scorgere una parte di me che ho dovuto lasciare andare per tornare a respirare, ma di cui rimpiango la stupida innocenza.