mercoledì 22 novembre 2017

Vanessa Van Basten - La stanza di Swedenborg (2006)

Italia | Eibon Records

Post di Michele Ricci.

Alcuni dischi ti entrano nel sangue, ammalandolo, corrompendolo con la loro bellezza dannata, rendendoti un tossico musicale in crisi d'astinenza sonora.

"La stanza di Swedenborg", creatura d'esordio degli italiani Vanessa Van Basten, è pura droga artistica, un vibrare emotivo che, partendo nel cervello, lentamente si apre la strada fino alla coscienza, in un flusso continuo di sensazioni, colori, ricordi e visioni. Si resta tramortiti dal susseguirsi incessante d'atmosfere e non-luoghi in cui abbandonarsi, lanciati a velocità folle nella più nera delle albe oppure cullati verso un tranquillo giaciglio in cui ritemprarsi.

Le diramazioni stilistiche del duo genovese pescano da svariate influenze musicali ma, grazie alla grande personalità, al gusto ricercato e alla toccante sensibilità, il tutto si trasforma in un'esperienza viva, pulsante, travolgente. L'incedere stanco di "Dole", la speranza di "Giornata De Oro", la malinconia dolce di "Floaters", note che feriscono e leniscono, raccontano, urlano e sussurrano parole per sensazioni che crediamo solo nostre, ma che marchiano a fuoco l'esistenza di ogni singolo, stupido, debole essere umano.

Spalancate le finestre della dimora Vanessa Van Basten, troverete il vostro mondo, pronto per essere riscoperto.

Ancora una volta.

martedì 21 novembre 2017

La samaritana (2005)

Corea del Sud | Kim Ki-Duk

Post di Michele Ricci.

Kim Ki-Duk è un regista estremo, come estreme sono le reazioni degli spettatori durante la visione delle sue pellicole. Amarle o detestarle conta relativamente poco visto che ignorarle risulta praticamente impossibile.

La samaritana punta dritto al cuore mentre prende a pugni lo stomaco con violenza, delicata come una carezza paterna ma spietata come la più nera delle vendette. Non ci sono fronzoli e orpelli tecnici nella regia del coreano, semplice ed essenziale nelle inquadrature, costantemente focalizzata sui personaggi, in modo realistico, concreto, crudo.

Il film è una storia d'amore dannata e proibita, di persone ai margini, di giustizia sbagliata, di sessualità deviata ma universale, di perdizione e parziale redenzione ma sopratutto di sentimenti, vividi e grondanti sangue, lacrime e tenerezza, esasperati dal personalissimo tocco tragico del cineasta.

Un'opera intensa e controversa, dai temi ostici ma dalla sensibilità straordinaria.

lunedì 20 novembre 2017

Quando le macchine si fermeranno (1964)

USA | Harry C. Crosby

Post di Michele Ricci.

Harry C. Crosby (che firmava le proprie opere con lo pseudonimo di Christopher Anvil) è un nome poco conosciuto nell'ambito della fantascienza classica, nonostante la corposa bibliografia che ne porta la firma, composta prevalentemente da racconti e romanzi brevi.

"Quando le macchine si fermeranno" appartiene proprio a quest'ultima categoria, racconto sul disfacimento della società americana dovuto alla "scomparsa" improvvisa dell'energia elettrica, con le conseguenze catastrofiche che, inevitabilmente, ne derivano.

Assisteremo alle disavventure dei protagonisti, tra gelosie, follia di massa, pacata violenza e le classiche dittature emergenti, tenute insieme con brio grazie allo stile dinamico e coinvolgente dello scrittore statunitense, un esempio autentico di letteratura a "montagna russa" che non lascia spazio a tempi morti, dedicandosi più al riassunto che all'approfondimento.

L'opera è solo puro intrattenimento, ottimo per saziare la pancia ma inefficace per la detonazione celebrale, nonostante sia estremamente difficoltoso rimanere indifferenti alla vivacità del romanzo, sempre attento a non scandalizzare il lettore, tralasciando particolari cruenti e situazioni destabilizzanti che, solitamente, vanno a braccetto con la letteratura fantascientifica a sfondo catastrofico/post-apocalittico.

Accessibile a tutti e non solo ai cultori del genere.

Intrattiene e diverte. Poi, molto velocemente, si dimentica.

domenica 19 novembre 2017

Down - Down IV Part I, The Purple EP (2012)

USA | Roadrunner Records

Post di Michele Ricci.

Nel 1995 i Down, formati da membri di Pantera (Phil Anselmo e Rex Brown), Corrosion of Conformity (Pepper Keenan) e Crowbar (Jimmy Bower e Kirk Windstein) diedero alla luce lo stupefacente album d'esordio "NOLA", un inno d'amore incondizionato rivolto ai maestri del doom metal tradizionale, modernizzato nel sound generale ma carico delle stesse atmosfere torbide e funeree.

Dopo 17 anni, e due ottimi album alle spalle ("Down II: A Bustle in Your Hedgerow" del 2002 e "Down III: Over the Under" del 2007), il combo statunitense torna con il primo di una serie di quattro EP e ogni dubbio viene immediatamente fugato.

"The Purple EP" offre la solita colata bollente di chitarre obese e lorde, ritmiche corpose e vocalizzi ruvidi ma melodici. I brani proseguono possenti, carichi di partiture monolitiche rotonde, compatte nel loro evolversi, forse questa volta in maniera sin troppo eccessiva.

Nonostante tutto risulti minuziosamente rifinito e lavorato, mancano i guizzi di genialità inaspettati e originali, quelli da eccitazione turgida istantanea, presenti in grande quantità nei precedenti lavori ma tragicamente latitanti in questa release (ad eccezione della bellissima "Misfortune Teller", gioiellino realmente ispirato ed esaltante).

L'insieme si lascia ascoltare con piacere, ma scivola via troppo velocemente, cedendo il passo a una pericolosa noia dilagante. 
Confezionato con rodata professionalità, "Down IV Part I - The Purple EP" risulta privo dell'anima dannata, ma estremamente affascinante, che ha reso grandi i Down, rivelandosi un mezzo passo falso che, diciamolo, ci può anche stare.

sabato 18 novembre 2017

Bad Taste (1987)

Nuova Zelanda | Peter Jackson

Post di Michele Ricci.

Il film d'esordio di un giovane Peter Jackson è un concentrato di pura follia splatter ingravidata da una demenzialità allo stato brado, così esasperata da sconfinare nel non-sense più ilare.

La scalmanata unità speciale inviata a risolvere i guai, nonostate si riprometta di mantenere un profilo scentifico quanto più professionale possibile, non fa altro che maciullare alieni a colpi di mitra, bazooka, estirpando teste con mani e motoseghe protette da sofisticatissimi sistemi di sicurezza (uno dei momenti più divertenti).

Le ridicole scene d'azione, che compongono un buon 50% del film (il restante spetta a budella e cervelli), risultano così volutamente artificiose e impacciate che vi troverete stesi sul divano a ridere di gusto, ingozzandovi di patatine fritte con olio esausto, ruttando come se non ci fosse un domani.

Gli effetti speciali risultano convinventi, sopratutto se si considera l'esiguo budget a disposizione della pellicola, e le varie mutalizioni/sventramenti (epocale quello finale tutto a base di motosega e "rinascita") restituiscono il giusto impatto gore, elemento imprescindibile per gli amanti del filone.

Ma, nonostante gli evidenti difetti, si nota una piacevolissima anarchia di fondo, uno stile senza compromessi, grezzissimo, dettato solo da una passione sanguigna, viscerale, propria degli esordi cinematografici.

Tutti le situazioni ricreate sono una continua presa per il culo, un dito medio rivolto ai moltissimi action movie kaccatini che intasavano (e intasano) le sale di mezzo globo.

Lo stile irriverente e delirante del film ancora oggi conquista, nonostante l'Italia, in ambito splatter, abbia raggiunto picchi ben più disturbanti e riusciti (Cannibal Holocaust insegna), in tempi antecedenti al rilascio di questa pellicola.

venerdì 17 novembre 2017

Armory & Machine (2017)

Daybreak Industries | Android

Post di Michele Ricci.

Mai avrei pensato d'andare in fissa con un clicker game minimale per smartphone, e pure gratuito!

Parte male Armory & Machine, con quel tasto da premere per generare calore, ma pian piano incominci a costruire macchine che fanno altre cose e ti ritrovi a esplorare zone pericolose, combattendo a colpi di dito con rudimentali elementi da RPG.

Dietro una scarna interfaccia unicamente testuale si nasconde una storia inaspettatamente divertente e poi, boh, sarà il ronzio delle macchine al lavoro o la vecchiaia galoppante, ma ormai defeco solo in compagnia della diabolica stronzata di Daybreak Industries.

Questo giochillo crea quella dipendenza che ti fa sentire coglione.

giovedì 16 novembre 2017

Ready Player One (2010)

USA | Ernest Cline

Post di Michele Ricci.

Wade è un diciottenne orfano e squattrinato. Vive in una baraccopoli, una delle tante nel mondo futuristico e decadente immaginato dall'esordiente Ernest Cline, scrittore e sceneggiatore americano. C'è la realtà in disfacimento, spietata, violenta e povera e un universo virtuale chiamato OASIS, una versione ultra potenziata dell'internet attuale, a cui tutti gli utenti possono accedere gratuitamente mediante connessione, console/computer, visori e guanti.

Per molti OASIS rappresenta il rifugio sicuro, la vita alternativa, l'unica salvezza. Il creatore dell'universo online, prima di morire, sfida tutti gli utenti a trovare le tre chiavi nascoste (e le relative porte) all'interno del software. Al vincitore spetterà l'intero patrimonio del defunto, comprensivo del controllo totale di OASIS.

Lo scrittore statunitense, partendo da un'idea semplice e discretamente banale, costruisce un romanzo stracolmo di riferimenti e citazioni alla cultura pop/nerd anni ottanta, inserendo tonnellate di videogiochi, film, telefilm e musica all'interno della storia, raccontata con uno stile dinamico e coinvolgente che invita alla lettura cannibale, quella da isolamento completo ed ininterrotto.

Le descrizioni minuziose delle meccaniche di gameplay di vecchi titoli arcade, gli scenari mortali del Dungeons and Dragons cartaceo (per i giocatori "veterani" semplicemente D&D), la ricostruzione di scene cult di pellicole immortali come Blade Runner e gli ammiccamenti d'intesa continui alla generazione che quelle opere le ha vissute in prima persona, ammantano le pagine di Player One di un fascino malinconico che non potrà che stregare completamente tutti gli "sfigati" (leggasi nerd) vecchia scuola, intenti a sorridere compiaciuti durante la lettura.

Ed è proprio a loro che questo romanzo è indirizzato, a tutti quelli che, nonostante le trame improbabili, gli sprite da una manciata di pixel ed i rullanti dal riverbero esagerato, porteranno sempre nel cuore quel periodo storico, quelle emozioni e quell'innocente meraviglia che tanti sogni e sorrisi ha regalato. 

mercoledì 15 novembre 2017

Jesus Christ Vampire Hunter (2001)

Canada | Lee Damarbre

Post di Michele Ricci.

C'è una preoccupante moria di lesbiche in città, vittime (dotate dell'intelligenza acuta di un lombrico arteriosclerotico) di arrapantissime vampiresse sadomaso di quartiere.

Al cappellano della chiesa locale (affiancato da un confratello panzone dalla meravigliosa cresta punk) non resta che richiedere l'intervento dello specialista supremo: Gesù Cristo.

Troveranno il Divino in spiaggia, bello rilassato ed in ottima compagnia, rimettendoci la pelle e dando inizio alla sequela di mazzate/cazzate che ci terranno mortalmente annoiati per poco meno di novanta, lunghissimi minuti.

Tra momenti proto-musical urticanti, sequenze di combattimento coreografate dai Muppets sotto acido, umorismo da cappio ai testicoli e blasfemia in offerta speciale al discount, Jesus Christ Vampire Hunter cerca in tutti i modi di raccogliere l'eredità dei veri cult del cinema trash, ma naufraga nella banalità più devastante, senza strappare le grasse risate suine che ogni appassionato d'immondizia filmica cerca in questo genere di produzioni e, di conseguenza, affogando in maniera completamente anonima nella nauseabonda pozzanghera di merda che ne riassume l'essenza.

Tempo speso molto male, meglio dedicarlo all'uncinetto. Al buio.

martedì 14 novembre 2017

Pg.Lost - In Never Out (2009)

Svezia | Black Star Foundation

Post di Michele Ricci.

Secondo appuntamento sulla lunga distanza per i Pg.Lost, quartetto svedese dedito ad un post-rock estremamente oscuro e carico di sfumature drone.

L'evoluzione sonora dei brani presenti nell'album passa attraverso coordinate stilistiche sicuramente usuali, ma contraddistinto dal caratteristico alone di tenebra che riesce a differenziarne la proposta in maniera convincente.

Durante i 50 minuti di "In Never Out" trovano spazio innesti melodici inaspettati e carichi di pathos, venati da una malinconia colma di sconfitta, di rassegnata desolazione, di muta contemplazione. Le chitarre restano principalmente liquide e soffuse, sorrette da un'efficace tappeto sintetico mai preponderante, lasciato sullo sfondo e appena accennato, mentre la sezione ritmica viene lasciata libera di spaziare, alternando parti più corpose ed energiche a momenti di subdola quiete, vivacizzando ed ampliando l'offerta artistica dei Pg.Lost.

Vanno sicuramente ricordati l'imponente "Still Alright" (dall'incedere maestoso e apocalittico) e la sospesa "Crystalline" (un patchwork sonoro stratificato e fumoso).

Un album sicuro, compatto ed emozionale che mostra una band ispirata, matura e ricca di fascino.

lunedì 13 novembre 2017

NOIA - Pure Scorn (2007)

Italia | Sabbathid Records

Post di Michele Ricci.

"Pure Scorn", secondo lavoro dei fiorentini NOIA, è un fottuto album con le palle, di quelle belle grandi e vagamente quadrate.

La base di partenza del sound della band è il black metal nella sua forma più diretta e grezza, carico di richiami ai primi, seminali, album dei Darkthrone, ma invaso da contaminazioni corrotte che vanno dal thrash metal teutonico dei primi anni ottanta ai mid-tempo tanto cari ai Motorhead, il tutto accompagnato da un'attitudine sfrontatamente punk.

L'impatto ed il groove sono i cardini su cui ruota tutto il disco, concretizzandosi in brani come "Crimes of War", devastante assalto frontale a base di riff coinvolgenti e circolari ma estremamente incisivi, senza tralasciare bordate terribili come "Indignant Thoughts" e "Silent Dominion", in cui possono sentirsi echi degli Slayer del morboso "Hell Awaits".

C'è anche spazio per il black metal più puro e intransigente grazie a "Human Misery" e "Idolatry", brani caratterizzati da un costante e invidiabile furore strumentale, scarno, brutale ma ricco di atmosfere carnali ed evocative che rendono l'album vivo, grondante di sudore, sangue e piscio.

"Pure Scorn" è un manifesto di passione underground, un modo di vivere e d'intendere la musica che non conosce compromessi.

E che tutto il resto vada a farsi fottere.

domenica 12 novembre 2017

Scatto di Domenica #002

Post di Michele Ricci.

The Legend of Zelda: Twilight Princess HD
2016, Nintendo - Wii U

Quando un personaggio è ben caratterizzato riesce a calamitare tutte le attenzioni su di sé, e Midna ne è la perfetta incarnazione.

Cinica e stronza, prende in giro il prode Link lupacchiotto ed il giocatore che, muto e stordito come l'avatar che si trova a guidare, può solo accompagnare.

Ho dedicato al gioco un post che potete leggere qui.

sabato 11 novembre 2017

Visitor Q (2001)

Giappone | Takashi Miike

Post di Michele Ricci.

Il padre (giornalista fallito) paga la figlia (studentessa) per fare sesso, mentre la madre (eroinomane e storpia) subisce le fustigazioni del figlio (un ragazzino perseguitato da una banda di sadici bulli).

Questa è la famiglia immaginata da Takashi Miike, controverso e iconoclasta regista nipponico. A sconvolgere la vita dell'allegra famigliola di psicopatici subentra un enigmatico visitatore, causa scatenante di turbolenti cambiamenti.

Miike deride il concetto stesso di famiglia moderna, distruggendola e umiliandola, esasperando, spesso anche con cattivissimo gusto, le fobie, le perversioni e le frustrazioni di tutti i personaggi. Non c'è che empietà e follia, decadenza e disturbo, in un vorticare d'immagini che annichiliscono e provocano lo spettatore con situazioni rivoltanti, disturbanti e fuori da un qualsivoglia schema socialmente accettato, spettatore al cui occhio non è preclusa alcuna atrocità, sia essa uno stupro, un atto necrofilo o una disturbante sequenza surreale.

L'indifferenza che imprigiona i protagonisti, estranei a tutte le devianze che li circondano, non fa che ampliare a dismisura l'efficacia della critica caustica del regista giapponese, nonostante la pellicola possa risultare indigesta ed offensiva per una persona poco avvezza alla violenza fisica, morale ed etica presente in grosse dosi in Visitor Q.

Per loro c'è solo un'enorme, volgare e inconcepibile dito medio messo in bella vista.

In tutta questa malsana finzione troppo spesso, ed in maniera preoccupante, la realtà balza fuori in tutta la sua spietata e cruda verità. 

Un'opera estrema e coraggiosa.

venerdì 10 novembre 2017

L'inquilino del terzo piano (1976)

Francia | Roman Polanski

Post di Michele Ricci.

Un impiegato modesto e impacciato prende in affitto un appartamento succedendo alla precedente inquilina, morta in ospedale dopo aver tentato il suicidio gettandosi dalla finestra.

Questo è l'incipit narrativo che apre "L'inquilino del terzo piano", ennesima pellicola da brivido a portare la firma di Roman Polanski. Nonostante le premesse iniziali alquanto ordinarie, non bisogna aspettare molto per precipitare nell'inconfondibile delirio visivo del regista francese (che figura anche nelle vesti d'attore protagonista).

La critica sociale dell'opera si trasforma in un incubo che mischia con grande sapienza realtà e follia, creando momenti di tensione estremamente palpabile e dall'impatto devastante, con inquadrature e ambientazioni cesellate alla perfezione.

La crescente mania di persecuzione che invade il personaggio principale, vittima di un destino consapevole ma nefasto, è resa vivida e disturbante grazie alle bellissime sequenze oniriche, quadri in movimento affacciati sul mondo degli incubi.

Polanski si conferma uno dei registi  più visionari e angoscianti della storia del cinema, abilissimo nel piegare, deformare e demolire la realtà, creando materia da modellare per mettere in scena la propria visione artistica, accompagnando per mano lo spettatore in un oscuro e affascinante viaggio nella psiche deviata dell'uomo.

Bellissimo.

giovedì 9 novembre 2017

Enduro Racer (1987)

SEGA | Master System

Post di Michele Ricci.

La conversione per Master System di Enduro Racer (titolo da sala di SEGA) è una fottuta droga videoludica, tutto grazie alle semplicissime meccaniche arcade su cui si basa l'intera esperienza giocosa.

Un tasto per accellerare e uno, inutile, per frenare, tracciati con biforcazioni e "strade alternative", fastidiosi avversari spastici, musiche epico-lisergiche a otto bit e la goduria del trail and error più innocente, primitivo e dannatamente coinvolgente.

C'è anche la possibilità di migliorare le caratteristiche della moto e di riparare i danni subiti, tutto grazie ai punti acquisiti sorpassando gli altri corridori.

Quel che conta, però, è solo la corsa spietata contro il tempo, fatta di schivate millimetriche, trampolini infami e una grafica pixellosa, colorata, squisitamente limitata.

Una volta avviato il gioco sarà impossibile tornare indietro, ad un fallimento seguirà un nuovo tentativo, in un loop ciclico di bestemmie, divertimento e tanta sana nostalgia.