domenica 23 luglio 2017

Fino all'osso (2017)

USA | Marti Noxon

Post di Michele Ricci.

Disturbi alimentari, famiglie problematiche, solitudine, sensi di colpa e redenzione. Marti Noxon dirige una pellicola che affronta un argomento "difficile" senza cadere nel facile pietismo e nelle lacrime guidate, utilizzando un linguaggio delicato che mette al centro i protagonisti e non la malattia.

L'empatia sgorga spontanea e la prestazione degli attori coinvolti, sopratutto quella della protagonista, è convincente e coinvolgente, portandomi a consigliare la visione di questa produzione Netflix a tutti quelli che desiderano approfondire senza il bisogno di una scatola di fazzoletti al proprio fianco.


sabato 22 luglio 2017

Jesu - Conqueror (2007) [REPOST]

Inghilterra | Hydra Head Records

Post di Michele Ricci.

Justin Broadrick è un personaggio molto particolare della scena musicale inglese. Dopo aver torturato le sei corde nel seminale e rumorosissimo "Scum" dei Napalm Death (anno 1987), il nostro si getta a testa bassa in un nuovo progetto musicale chiamato Godflesh. L'importanza storica di questa band sarebbe da ricordare, mediante dolorosissima tortura anale, a tutti quei pivelli che udendo il termine "Industral Metal" non riescono a trattenersi dall'urlare con voce dalla dubbia utilità: "Oh cioè, ma stai parlando dei Rammstein vero amico? Cioè, quelli spaccano il culo di brutto a tutti, pure a Vasco Rossi. Capisci fratello, la storia della musica rock del mondo!!!"

Lasciando perdere queste frattaglie viventi (?) torniamo a noi: con i Godflesh il nostro Broadrick scrive alcune delle migliori pagine dell'industral metal di sempre, ma qualche volta, preso da impulsi defecatori difficili da trattenere, il gruppo ha pubblicato anche delle clamorose merdate ("Selfless" è immondizia, pura e semplice immondizia). Ma il nostro eroe, famoso per la sua voglia di continuo rinnovamento, nel 2001 sforna "Hymns" (uno degli album più belli dei Godflesh) e scioglie la band.

Il lavoro si conclude con una bellissima traccia: "Jesu".

E da qui andiamo ad incominciare.

Spiegare le coordinate stilistiche dei Jesu è un'impresa che richiede molta attenzione, visto il legame emotivo e simbolico che questo progetto si porta sul groppone. I primi lavori sono emblematici al riguardo, monumentali esempi di disperazione ed alienazione urbana, sempre in bilico tra esili melodie e scariche elettriche tra metal e drone music.

La negatività e la rassegnazione trovano rifugio in composizioni lunghe e ripetitive, dove la forma canzone viene bandita con veemenza, lasciando l'ascoltatore in balia di estranianti muri sonori che non accennano ad ammorbidirsi, ciclici e ridondanti nel loro perpetuarsi. L'effetto è sicuramente efficace, ma l'ascolto risulta molto impegnativo e non sempre di facile digeribilità (un'evidente retaggio dei compianti Godflesh), minando pesantemente il gusto dell'ascolto veloce e meno impegnativo.

Nel 2007 Justin sorprende tutti con l'uscita di "Conqueror", un'album inaspettatamente ricco, solare, rilassante (!?!). I demoni industriali sembrano sconfitti, lasciati tra le fredde mura di bare fatte d'acciaio e cemento, mentre all'interno delle composizioni esplode il fattore melodico, vero fulcro di tutte le tracce presenti in questo quasi capolavoro. Le chitarre rimangono dure ma si concedono partiture molto minimali ed efficaci, quasi al limite del post-rock, sostenute da un tappeto ritmico quadrato ed essenziale che colpisce nel segno senza strafare.

Ma quello che lascia di strucco sono gli arrangiamenti, finalmente concisi e diretti, assolutamente focalizzati sulla riuscita melodica dell'insieme, cosa che giova in maniera esponenziale all'atmosfera dei brani, la cui durata viene ridotta in modo abbastanza significativo (sempre considerando una media di 5/6 minuti).
La voce di Justin è leggera, quasi sospirata, una brezza di vita in un mondo di rumorosi cumuli fumanti, un barlume di luce in tetre vene d'asfalto ricolme d'uomini senza volto.

Niente è eccessivo, tutto combacia alla perfezione, escludendo un paio di brani (la mediocre "Old Year" e l'inutilmente prolissa "Brighteyes") che non intaccano il valore dell'insieme ma lasciano un fastidioso amaro in bocca. Sembra che Broadrick si sia lasciato alle spalle il grigiore urbano, scoprendo un cielo limpido sopra la testa, seppure lontanissimo ed irraggiungibile.

Il senso di ritrovata serenità che permea "Conqueror" sicuramente deluderà i maniaci oltranzisti del più cupo e putrido metallo industriale, ma ripagherà tutti quelli che permetteranno solo alla musica di parlare, senza preconcetti del cazzo.

Soltanto in questa maniera il viaggio potrà essere vissuto e apprezzato in pieno.



venerdì 21 luglio 2017

La strada (2006) [REPOST]

USA | Cormac McCarthy

Post di Michele Ricci.

Conoscevo Cormac McCarthy solo di fama (al momento della prima pubblicazione di questo post, mentre ho già trattato un altro romanzo dell'autore su Barbagamer Micro), non avendo avuto mai l'occasione di leggere un suo romanzo. In un pomeriggio noioso, presso un noioso centro commerciale della mia noiosissima zona sono incappato, così per caso, in questo romanzo. Attratto per un qualche arcano motivo dalla copertina minimalista e desolante, ho lasciato cadere il libricino (leggermente esiguo in quanto a numero di pagine) tra un mezzo chilo di porco ed una tanica di olio di semi.

Tornato presso la fredda dimora, il destino del racconto è stato il medesimo di molti altri oggetti che acquisto d'impulso: scaffale e domani si vedrà. Molti mesi sono trascorsi ed uno sfavillante iPad ha preso il predominio sulla carta stampata, lasciando alla polvere il compito di custodire l'opera di McCarthy. Ma la nostalgia è sempre in agguato e una sera il letto reclamava, ardentemente, pagine di carta da sfogliare.

Mmh, "La strada"...

Notte insonne e libro divorato trattenendo il respiro, soverchiato da un senso di disagio ed oppressione indescrivibili, ma ricolmo di una malinconia così dolce da scongelare anche il più freddo degli animi. Il romanzo racconta il disperato viaggio di un padre ed del proprio figlio (tutti e due senza nome) verso il mare, verso il sud, attraverso un mondo morente e glaciale, totalmente devastato e quasi interamente privo di vita animale e vegetale, dove i giorni sono "uno più grigio del precedente". Questa distesa di macerie, morte e natura inospitale è popolata da disperati la cui unica priorità è la sopravvivenza, anche se per un solo misero istante in più.

Bene e male sono solo rimasugli di un mondo sepolto, di un passato nebuloso ed ormai lontanissimo, nomi e parole non hanno importanza e le emozioni sono un fardello di cui è inutile e faticoso farsi carico. Con un'unica eccezione: il figlio, entità pura, viva ma, proprio per questo motivo, assolutamente dissonante all'interno di questo scenario  putrido ed inospitale, di cui i nostri non saranno mai protagonisti ma vittime, dei semplici spettatori ammutoliti, affamati e terrorizzati. La promessa reciproca di non nuocere a nessuno, tranne se assolutamente necessario, permetterà ai due di salvare almeno un briciolo di umanità, non corrompendo in maniera definitiva l'ultimo sentimento che ancora li lega: l'amore padre/figlio.

Accadono molte cose in queste pagine densissime, scritte con uno stile meravigliosamente asciutto e conciso, ma molte di più fermentano nel lettore per poi esplodere e propagarsi, donando al romanzo un significato ed una pluralità di messaggi che difficilmente si potranno dimenticare.

Nelle risposte sussurrate, nei piccoli gesti naturali ma sempre più rari, nelle rovinose fughe o negli scorci paesaggistici magistralmente descritti da McCarthy, utilizzando poche, brutali parole c'è una storia che ha il sentore del presagio e l'amarezza dello sconfitto, ma anche una grandiosa e fragilissima umanità.


giovedì 20 luglio 2017

Freshly-Picked Tingle's Rosy Rupeeland (2006)

Vanpool | Nintendo DS

Post di Michele Ricci.

Tingle è un personaggio anomalo per una compagnia "dateci i vostri figli che siamo bravi" come Nintendo: ultra trentenne, brutto come la fame, privo di talento, pigro e dalle indefinite preferenze sessuali.

Freshly-Picked Tingle's Rosy Rupeeland, sviluppato in quel di Tokyo dalla Vanpool, è un demenziale tributo alla pecunia, elemento fondamentale per sopravvivere, comunicare, massacrare di mazzate e sguazzare tra ozio e figa, ambientato in un mondo di avidi bastardi che pretendono rupie anche per scambiare quattro chiacchiere del cazzo.

Il verdognolo protagonista dovrà farsi strada verso la ricchezza cozzando contro i nemici, coinvolgendone quanti più possibili nella zuffa, prestando attenzione al proprio portafoglio, che se svuotato porta all'inevitabile game over.

Tra farming brutale, meccaniche di gioco ripetitive, umorismo nipponico e boss fight sfiziose, Freshly-Picked Tingle's Rosy Rupeeland riesce a divertire annoiando, strappando sorrisi e sbadigli mentre lo si ama odiandolo (ok, la smetto).

Originale e non per tutti.

mercoledì 19 luglio 2017

Michael McCann - Deus Ex Human Revolution OST (2011) [REPOST]

Canada | Sumthing Else Music Works

Post di Michele Ricci.

Io adoro la fantascienza, sia essa d'autore ("Solaris" di Tarkovsky) o assolutamente trash ed imbarazzante (il classico e scontato "Plan 9 From the Outer Space" del mitico Ed Wood), con somma gioia della mia, sempre più ingombrante, collezione multimediale. Quando ho la fortuna d'incappare in un'opera che mi coinvolge molto, la mia brama di possesso si eleva verso vette d'assoluta perversione consumistica, spingendomi all'acquisto di molti dei prodotti "satellite".

Deus Ex Human Revolution è uno di questi (rari) casi. Il primo capitolo della saga non ha bisogno di nessuna presentazione ed io sono uno di quelli che ha avuto il coraggio d'apprezzare anche il secondo capitolo, pur comprendendone le limitazioni, le cadute di stile e la trama non proprio riuscitissima.

L'annuncio di questo terzo episodio (che poi si è rivelato essere un prequel del capostipite) ha suscitato in me una costante attesa, culminata con l'acquisto al day-one (cosa che accade molto di rado) con successiva auto esclusione dalla già misera vita sociale del sottoscritto. Ritengo Human Revolution una delle perle di questa generazione, un gioco/universo estremamente intrigante e ben realizzato, che nasconde molto bene i propri difetti accalappiando il giocatore con un vortice di situazioni, ambienti ed atmosfere assolutamente di pregio.

Ma veniamo alla colonna sonora, oggetto preso in esame in questo post. Bastano solo due parole: immersiva e coinvolgente. Michael McCann (già ascoltato in svariate serie tv e in un episodio della serie Splinter Cell) imbastisce delle trame sonore che danzano con eleganza tra ritmi elettronici serrati, vocalizzi mistici e tappeti sintetici ad alto coefficiente cinematografico. L'atmosfera rarefatta e oscura si concede spesso a partiture malinconiche e ambientali, sottolineando in maniera azzeccata tutte le sezioni di gioco.

La colonna sonora di Human Revolution non è relegata a semplice orpello d'accompagnamento, ma contribuisce in maniera predominante alla creazione dell'universo di gioco, arricchendo il prodotto stesso e donando al tutto una profondità che altrimenti sarebbe solo accennata. Nulla è lasciato al caso è la ricercatezza dei suoni lascia spesso senza parole.

Mi è capitato diverse volte di posare il joypad, accendere una sigaretta e lasciare scorrere la musica, anche per svariati minuti, godendo come una ninfomane circondata da uomini di mezza età arrapati e morti di figa. Tutte le sfaccettature dell'elettronica buona fluiscono nell'operato di McCann, abile nel non esagerare, mantenendo sempre al centro di tutto la ricerca melodica.

Questa è la musica dell'uomo che sconfigge il divino ricostruendosi a proprio gusto e giudizio, ma che spalanca le porte degli inferi che nulla hanno di mistico ma tutto dell'umano. Questo è il sottofondo della rivoluzione dell'uomo contro dio, la sinfonia distruttiva che mina le leggi che stanno alla base della vita e della morte.


martedì 18 luglio 2017

Exodus - Dei e Re (2014)

USA, Inghilterra, Spagna | Ridley Scott

Post di Michele Ricci.

Ridley tenta di guadagnarsi il pane azzimo ma il libro è sempre meglio.

Christian Bale è un cane.

lunedì 17 luglio 2017

Leprous - The Congregation (2015)

Norvegia | InsideOut Music

Post di Michele Ricci.

Quarto full-lenght per i norvegesi e primo contatto del sottoscritto. Apre le danze "The Price" è tutto appare subito chiaro: energia e melodia, fottuta e contagiosa melodia malinconica a basso contenuto di testosterone.

La voce di Einar Solberg è ruffiana, suadente, in bilico tra falsetto e lamento ammiccante, protagonista assoluta di trame sonore che si aggrovigliano senza perdersi, culminanti nella grazia di ritornelli (sì, i dannati ritornelli!) che trafiggono le tempie e le inondano di spudorata bellezza pop.

Resistere a brani come "The Third Law" o "Triumphant" è molto difficile, e la commistione tra orecchiabilità ricercata ed evoluzioni progressive metal "giovanili" è così naturale da lasciare basiti, naturalezza che fa di "The Congregation" un ascolto imprescindibile per gli amanti della buona musica, anche se colpevolmente accessibile.

domenica 16 luglio 2017

Mario & Yoshi (1991)

Game Freak | Nintendo Entertainment System

Post di Michele Ricci.

Sviluppato da quei furboni di Game Freak, Mario & Yoshi è un simpatico puzzle game che catapulta il dinamico duo, tutto baffi e retro espulsione, in una produzione classica ma caratterizzata da meccaniche un pizzico differenti dalla concorrenza del periodo.

Posizionato in basso nello schermo di gioco troveremo Mario e quattro piatti, mentre nella parte alta vedremo precipitare nemici storici del franchise ed i famigerati gusci di Yoshi, divisi in parte inferiore e superiore. Sarà possibile eliminare la fauna avversaria accoppiando esemplari simili, ma intervenendo unicamente sui quattro piatti di cui sopra, senza controllo diretto sulla caduta dei "pezzi" (si può solo accelerare la discesa). Le uova di dinosauro puffoso verde, se correttamente posizionate, permettono di "cancellare" un'intera colonna malvagia, culminando in una schiusa vittoriosa e foriera di un bel gruzzolo di punti extra.

Le due modalità di gioco presenti (molto simili tra loro) ed i vari livelli di difficoltà selezionabili, propongono una sfida personalizzabile e configurabile a piacimento, per un ritmo generale mai veramente esasperato se non nei livelli avanzati.

Graficamente delizioso e musicalmente destabilizzante, Mario & Yoshi è invecchiato benino, non stressa ed è figlio di persone che sanno come realizzare un buon videogioco, ma la profondità e l'immortalità del sovrano del genere (devo proprio scriverlo?) è distante e irraggiungibile.


sabato 15 luglio 2017

Chelsea Wolfe - Abyss (2015)

USA | Sargent House

Post di Michele Ricci.

"Abyss" è un gorgo di nera alienazione, una creatura sintetica sgraziata e fragile che si lecca ferite purulente ma pulsanti, umane.

La proposta della cantautrice americana fagocita industrial, elettronica, doom, folk apocalittico e disperazione urbana, vomitando schegge sonore intime, personali, travolgenti e spiazzanti, tracce che ti piombano in faccia e che percuotono lo stomaco, il cuore e la mente.

Aprite le porte a Chelsea Wolfe e lasciatevi straziare dalla suo canto intossicato e sofferto, sarà doloroso ma indimenticabile.

venerdì 14 luglio 2017

In Time (2011) [REPOST]

USA | Andrew Niccol

Post di Michele Ricci.

Nonostante la presenza nel cast di Justin Timberlake (sic...), l'idea di fondo di In Time m'incuriosiva in maniera modesta.

Nel futuro raccontato dalla pellicola tutti gli esseri umani, una volta raggiunto il venticinquesimo anno d'età, iniziano a utilizzare come moneta di scambio il tempo di vita residuo, che decresce e s'incrementa a seconda delle spese o dei guadagni (Economia Spicciola per Giovani Svegli®). Ovviamente i ricchi vivono un'eterna giovinezza mentre i poveri muoiono dopo essersi fatti una birra e un panino.

Come dicevo, dalle simpatiche premesse si poteva sviluppare un film interessante ma, alla fine dei conti, In Time non è altro che una fottuta puttanata. La trovata dei venticinque anni trasforma il set in una passerella di fighetti tanto giovani e bellini da far venire il voltastomaco e la storia viene raccontata con una superficialità e una pochezza d'idee disarmante.

Ok, ma almeno le scene d'azione sono tamarre e ben girate? Ma assolutamente no, vista la totale latitanza delle suddette e la noia generale che interrompe le aberranti linee di dialogo dei protagonisti, un concentrato di banalità e frasi scontate che non riescono a provocare nemmeno quell'ilarità involontaria che salva alcune pellicole sfrontatamente becere.

Per concludere, tutto il film è un fastidioso spreco di tempo.



giovedì 13 luglio 2017

Neurosis - A Sun that Never Sets (2001) [REPOST]

USA | Relapse Records

Post di Michele Ricci.

Seminali e fondamentali, i Neurosis (e sul blog ne ho scritto ben due post, qui e qui) si sono sempre distinti per la fortissima personalità della propria proposta musicale. Nati ad Oakland nel 1985 e dediti a un hardcore alquanto anomalo e sperimentale, nel corso della propria carriera hanno esplorato soluzioni sonore inedite e innovative, rilasciando album neri e corrosivi come i bellissimi "Souls at Zero" (1992) e "Enemy of the Sun" (1993), aggiungendo sempre nuovi tasselli creativi alle ruvide basi metal degli esordi.

Ma è il 2001 l'anno della maturazione definitiva, l'anno di "A Sun that Never Sets". L'ispirazione raggiunge vette d'assoluta eccellenza, imbastardendo il sound della band statunitense con accenni post-rock desolanti, schizzi di campionamenti, synth e un senso di disperato isolamento che corrode il cuore.

Le voci roche e grezze di Steve Von Till e Scott Kelly echeggiano cariche di rabbia e sconforto, sovrastate da pachidermici riff di chitarra, distorti e fangosi, che lacerano le esili melodie su cui si sviluppano le lunghe composizioni dell'album. Non c'è ristoro nei tesissimi momenti di quiete, ma solo l'ennesima attesa asfissiante, un disperato ed inutile tentativo di rimandare l'inevitabile. 

"A Sun that Never Sets" è una discesa emozionante ed emozionale nel disfacimento umano, un lento soffocare che riga il volto di lacrime e raschia la carne in cerca delle paure più recondite, nutrendosene con avida voracità.

Capolavoro.


mercoledì 12 luglio 2017

Sangue facile (2009) [REPOST]

Cina | Zhang Yimou

Post di Michele Ricci.

Avevo lasciato Zhang Yimou alle prese con quei due capolavori wuxia che rispondono al nome di Hero e La foresta dei pugnali volanti e mi sono imbattuto in questo film sbirciando negli immancabili cestoni delle offerte, presso un supermercato della mia zona. Un autore rinomato come il regista cinese alle prese con una reinterpretazione, in costume, dell'opera prima dei fratelli Coen (Blood Simple, 1984)?

La curiosità è schizzata immediatamente alle stelle e barzotto di felicità ho inserito il DVD, pronto a gustarmi lo spettacolo. Il tocco magico di Zhang Yimou è inconfondibile, con un'uso intelligente ed elegante della macchina da presa, mentre l'immancabile tripudio di colori, scenari incantevoli, scene d'azione altamente cinetiche e perfezione tecnica appaga la vista, come al solito.

Il vero problema di Sangue facile è tutto nella mancanza di mordente, in una monotonia di fondo che castra la visione e uccide anche i pochi momenti divertenti (il finale rimane comunque molto riuscito). Viene a mancare il cinismo grottesco e irriverente dell'opera principale a cui il cineasta cinese si è inspirato ed il risultato finale delude profondamente, nonostante l'involucro sia sgargiante e privo di difetti.


martedì 11 luglio 2017

Sin and Punishment: Successor of the Skies (2010) [REPOST]

Treasure | Wii

Post di Michele Ricci.

Ogni volta che, nel televisore, vedo apparire il logo della Treasure il corpo inizia a fremere, percorso da un'eccitazione nerd quasi sessuale, alimentata dai piacevolissimi ricordi legati ai precedenti capolavori della software house, opere ludiche stracolme di brillante giocabilità arcade, sadica difficoltà e il caratteristico stile dei nipponici.

Spettò al superbo Gunstar Heroes (per Megadrive) iniziarmi al culto Treasure e, da quel giorno, consumai con misurata avidità quasi tutti i titoli successivi, recuperandoli, quando possibile, con mezzi economici tollerabili (e il costo di una copia di Radiant Silvergun non appartiene a questa categoria), dilazionandoli nel tempo con molta pazienza e senza fretta.

Ma tralasciamo i ricordi e veniamo a questo Sin and Punishment: Successor of the Skies, uscito nel 2010 in esclusiva per Nintendo WII e seguito di quella perla (inedita in Europa ai tempi del lancio ma rilasciata per Virtual Console nel 2007) di Sin and Punishment: Successor of the Earth per Nintendo 64 (2000), di cui ho scritto su questo blog.

Il titolo non smentisce le aspettative, presentandosi in tutto il suo splendore retro, fatto di meccaniche shooter classiche (parzialmente su binari), boss assurdi e nemici a iosa, moltiplicatori di punteggio da venerare con annessa fruizione autistica. La semplicità delle basi ludiche non deve confondere, perché l'anima dannatamente hardcore del titolo non perdona, concedendosi lentamente e con parsimonia al giocatore costante e perseverante, aiutato nell'impresa dall'eccellente reattività e pulizia del sistema di controllo.

Tecnicamente il gioco si difende molto bene, grazie alla monolitica fluidità del motore grafico, requisito fondamentale in questo genere, sfoggiando un'estetica eccentrica e amabilmente giapponese, nonostante non abbia apprezzato in particolare il design dei protagonisti, stranamente anonimi rispetto agli elevati standard qualitativi della casa, escludendo dal discorso i deliranti boss che popolano gli stage, ideati da persone sotto l'effetto di pesanti droghe sintetiche.

Sin and Punishment: Successor of the Skies è un gioco "vecchio" con il vestito nuovo, che ti attira con fare seducente, ti accarezza mentre ti afferra per le palle e, guardandoti dritto negli occhi, ti sussurra: "Resta concentrato, sopporta il dolore e tutto andrà bene, stronzo bastardo!"



lunedì 10 luglio 2017

Terraferma (2011) [REPOST]

Italia | Emanuele Crialese

Post di Michele Ricci.


La terraferma a cui si riferisce Crialese è il miraggio di un benessere lontano, sfocato e alieno, separato da un mare infinito, bellissimo e temibile che oltre alla (scarsa) pesca porta a galla anche i corpi privi di vita d'immigrati disperati, affogati nel tentativo di raggiungere quel lembo di terra fatto di semplicità, miseria e grande dignità, quel lembo di terra che rappresenta la salvezza, la speranza, il futuro.

Il quarto film del regista romano (dalle origini sicule) racconta la Sicilia più piccola e isolata, dove la vita scorre scandita dei capricci del mare e dall'isolamento, dissolto dall'arrivo dei turisti nei pochi mesi d'estate, unico momento dell'anno dove si respira aria di novità, miraggi di una società distante e distaccata. Gli orrori dell'immigrazione clandestina precipitano sui protagonisti in maniera inaspettata, ma allo sdegno ipocrita dei villeggianti gli isolani rispondono con la concretezza dell'agire, la solidarietà umana data dalla legge del mare e dalla rude sincerità di cuori forgiati da convinzioni radicate ed indistruttibili.

Crialese non si sbilancia mai troppo evitando la netta critica sociale, grazie a una poetica visiva malinconica e delicata, fatta di scorci naturalistici abbaglianti, di volti arcigni e dialoghi essenziali e incisivi che trasudano genuinità. Terraferma convince e coinvolge, nonostante qualche momento sinceramente superfluo, senza risultare patetico e inutilmente drammatico e la meravigliosa sequenza finale merita da sola l'intera visione del film.

L'Italia ha bisogno di questo cinema e di questi registi, per non affogare definitivamente nel mare di merda dei cinepanettoni.