lunedì 29 maggio 2017

Dame En Noir - La Clef des Songes (1998)

Italia | Elegy Records

Mi sembra doveroso iniziare la collaborazione con Barbagamer Micro buttando sul piatto una band semisconosciuta della mia sorridente cittadina sulla riviera ligure.

I Dame en Noir nascono come Yog Sothoth all'inizio degli anni '90, dediti ad un tradizionale death metal senza tanti fronzoli. Da li a poco, dopo qualche concerto e qualche avvicendamento in line up cambiano genere e monicker. La matrice death metal resta sullo sfondo, per dare più spazio a melodie ed atmosfere più vicine al doom di Anathema e My dying Bride degli inizi. Nel 1995 esce sotto etichetta Nadir il demotape "Comédie Humaine", che contiene tre pezzi.

Passano ancora un paio d'anni ed entra in formazione anche Francesca, la cui voce si va ad aggiungere al growl di Giuseppe e Luca.

Nasce così "La Clef des Songes", album che si bilancia fra atmosfere cupe ed eteree generando sonorità davvero interessanti per l'epoca. Fra le nove tracce del disco segnalerei "To the Listening Emptyness", forse la traccia più tirata dell'album, poi la fantastica "La Novità del Suono e il Grande Lume", tratta da un passo della Divina Commedia e già presente anche sul demo e ancora le sognanti atmosfere di "Dismal Beauty" arricchite dal flauto traverso di Francesca.

Purtroppo dopo poco i ragazzi sciolsero la band per darsi ad un nuovo progetto improntato sul progressive, ma credo siano durati poco.

Vi lascio il link per ascoltarvi l'album:

domenica 28 maggio 2017

L'ultimo degli uomini (2003) [REPOST]

Margaret Atwood | TEA

Margaret Atwood è una scrittrice canadese (classe 1939) atipica nel panorama della narrativa odierna. Le sue opere sono impregnate da una discreta componente fantascientifica (certamente sui generis) anche se, in svariate occasioni, l'autrice ha rimarcato con decisione la quasi totale estraneità da questo calderone di lettere, astronavi e disastri post apocalittici, preferendo seguire un percorso professionale e artistico sicuramente più libero e stimolante. Molti dei suoi romanzi danzano tra richiami apparentemente di genere contraddistinti da una solida caratterizzazione di personaggi e ambientazioni, miscelati con un vivace e ritmato stile narrativo. Inoltriamoci dunque nell'analisi di una delle sue opere più riuscite ed affascinanti: L'ultimo degli uomini.

L'ultimo degli uomini (il protagonista) è uno dei pochi sopravvissuti della razza umana, eletto a “Portatore della parola del padre Crake e della madre Oryx” da una tribù di uomini-fanciulli alquanto mutati/mutanti. Ma non sono solo i componenti di questo villaggio a essere “diversi”: strane combinazioni animali rendono ardua la vita del nostro che, spinto dal bisogno di cibo e oggetti di prima necessità, deciderà di tornare lì dove tutto ha avuto inizio, intraprendendo un viaggio per ricordare e riscoprire il proprio passato e per raccontare al lettore, attraverso innumerevoli flashback, tutte le vicende, le relazioni e le cause che hanno portato alla distruzione del mondo degli uomini.

Con grande perizia la Atwood da vita a personaggi palpabili e concreti, non lesinando mai nel raccontare retroscena pieni di quotidianità, frammenti di vita passata che permettono alla storia d'ampliarsi ed arricchirsi a dismisura. Attraverso i ricordi del protagonista scopriremo una grande storia d'amore e amicizia, che è alla base di tutto il racconto, un intreccio mai scontato o pateticamente sdolcinato, cosa questa non molto ricorrente in analoghe creazioni letterarie.

Ma il vero punto di forza del libro è, senza ombra di dubbio, la suggestiva ambientazione pennellata dalla scrittrice: un paradiso devastato ma pieno di vita nuova e selvaggia, dove l'uomo è l'elemento vecchio e fuori luogo, un feticcio obsoleto di una storia altra, già vissuta, già raccontata, già terminata. In un modo di merda. Il ritmo non viene mai meno anche se la Atwood si concede tutte le pause necessarie ad imbastire autentici momenti di tensione, vere perle di scrittura ed atmosfera.

Lo stile incisivo e descrittivo dell'autrice colpisce in pieno il bersaglio: intrattenere il lettore con materiale fantastico di qualità, senza ricorrere a pacchianate ridicole e inconcludenti (ehm, chi ha gridato "Emo Vampiri Che Non Trombano Ma Che Amano Sotto Il Radioso Sole Settembrino - Parte II"? Un applauso signori, un grande applauso! E tu, ragazzina in terza fila, rimettiti le mutandine e asciuga la poltrona!).

Sicuramente un'opera popolare ma non certo costosa carta per pulirsi il culo.

E scusate se è poco!


sabato 27 maggio 2017

Gummo (1997) [REPOST]

Harmony Korine | USA

Gummo è un calcio dritto nelle palle, improvviso e lancinante. Una pellicola con una tale carica nichilista e anti-umana disgusta ma ti afferra per la gola e ti costringe a guardare, a osservare dritto negli occhi il degrado e lo squallore che accompagna le vite dei personaggi. Le vicende raccontate (il più delle volte in modo sconclusionato) sono ambientate in una cittadina, Xenia in Ohio, devastata da un tornado che ha ucciso molti dei suoi abitanti.

Ma non sono solo le case a essere state spazzate via...

Per i sopravvissuti alla catastrofe non rimane altro che un corrotta e putrida esistenza, una copia sbiadita e logora di quella che prima pensavano fosse vita. Non c'è luce in questo luogo, ma solo una grigia coltre di nulla, un rassegnato procedere verso l'oblio dell'intelletto e della dignità umana. C'è morte, tanta morte, sin dentro le vene, nell'aria, nei macabri giochi di fanciulli lasciati a essiccare sotto un sole che non scalda.

Harmony Korine dipinge una tela dove il giallo è del piscio e il blu è quello di una piscina piena di rifiuti, un ritratto di un paese, l'America, che accecato dalla rincorsa continua al Sogno si lascia dietro milioni di reietti, d'ultimi, di perdenti, di falliti che appartengono al reale, al quotidiano. Sono i figli che è meglio nascondere, i difetti da estirpare per non compromettere la propria immagine, i problemi che non richiedono attenzione.

La telecamera segue queste vuote figure con freddezza e distacco, non nascondendo nulla allo spettatore, ma vomitandogli addosso puro acido corrosivo, aprendo il sipario su questo tetro teatrino d'anime nate già defunte. Il messaggio è così destabilizzante che metabolizzarlo è ostico.

Il regista non cerca risposte ma contempla attraverso la lente della cinepresa, registrando quando effimera e agghiacciante possa divenire l'esistenza umana. Una muta e distratta autodistruzione.

Sicuramente da guardare cercando d'arrivare al finale delirante, una perla di negatività e pessimismo che il cinema mainstream non ha il lusso, o il coraggio, di permettersi.

Altra caratteristica eccentrica (e assolutamente azzeccata, per il sottoscritto) risulta essere la colonna sonora, che alterna svariate tracce di extreme metal band più o meno underground (Bathory, Absu, Nifelheim, Bethlehem, Burzum, Mystifier) a brani come "Like a Prayer" di Madonna e "Everyday" di Buddy Holly (WTF!). L'effetto è sempre disturbante e malsano.


venerdì 26 maggio 2017

La saga di Terramare (1968 - 2001) [REPOST]

Ursula K. Le Guin | Mondadori

Ricordo ancora il mio primo romanzo fantasy, quel libretto sconosciuto che risponde al nome de "La spada di Shannara", divorato in un paio di giorni di lettura claustrale.

Ne seguirono moltissimi altri, dai fondamentali ai più imbarazzanti, in un turbinio di elfi, nani e hobbit. Poi arrivò la fantascienza. Arrivarono Dick, Gibson ed Asimov tutti insieme allegramente, ghignanti come famelici bastardi. Fu come passare da Postal Market alle VHS porno in un solo giorno, con la casa libera ed infinita carta igienica da sperperare in nome della gioia ormonale.

Accantonai il mio primo amore e mi persi nello spazio, beato, insaziabile, sfigato. Furono anni importanti quelli, anni che mi portarono ad essere quello che sono oggi, un bambino curioso con qualche soldo in più e qualche sogno in meno, ma lasciamo perdere che altrimenti mi scende la lacrima e torno a giocare con il Megadrive.

Un bel po' di tempo fa ho letto un post, in un gruppo privato di Facebook, dove si parlava molto bene di questa saga della Le Guin, scrittrice apprezzata dal sottoscritto per le sue opere fantascientifiche. Incuriosito, ho acquistato la versione digitale (ed a lettura terminata anche quella cartacea, ma vabbè) di questo bel mattone che raccoglie tutti i libri che compongono le avventure di Ged, Sparviere per gli amici.

Cazzo! Bum! Pezzi di cervello e cuore sparsi per la stanza! Scrittura sopraffina, elegante nel dipanarsi tra personaggi memorabili e vicende ad ampio respiro, tra dialoghi vivi e concreti e descrizioni poeticamente "realistiche". Sicura dei propri mezzi, la Le Guin tratteggia un'ambientazione ricca di fascino e la riempie di vita, religioni, superstizioni, critica sociale, rivalsa femminile e di tantissimi periodi da sottolineare con il pennarello delle grandi occasioni.

"La saga di Terramare" è letteratura senza puzza sotto il naso, emozionante e stratificata, per tutti e per tutte le età. Fantastico.

Adesso posso tornare a sperperare denari in letture fantasy, colmo di rinomata fiducia nel genere! A che punto si trova il mio vecchio amico Terry Brooks? Eh? Cosa cazzo succede? Oh porca puttana... Venticinque romanzi... VENTICINQUE!


NOTA AGGIUNTIVA: "I Racconti di Terramare" dello Studio Ghibli non mi era dispiaciuto. Non avevo letto ancora la saga. Ecco. Non mi ERA dispiaciuto.


giovedì 25 maggio 2017

I Am Alive (2012) [REPOST]

Ubisoft Shangai | Xbox 360

Con questo gioco mi sono trovato alle prese con una produzione che, partendo da un paio di semplici idee, riesce a veicolare sensazioni particolarmente intense, sfruttando in maniera magistrale l'atmosfera delle ambientazioni di gioco e l'avvolgenza insita nelle migliori creazioni "videogiocose".

I Am Alive ha meccaniche ludiche ben rodate e già sperimentate, seppur in maniera diversa, in altri titoli Ubisoft. L'impatto iniziale riporta subito alla mente le gesta di Altair e soci zompettanti, ma basta aggrapparsi al primo pilastro semi distrutto per accorgersi della "novità" introdotta dagli sviluppatori. Ogni azione motoria, sia essa un'arrampicata oppure uno scatto, affaticherà il protagonista, consumandone la resistenza fisica. Giunti al massimo sforzo sopportabile, il giocatore potrà trattenere la presa ancora per pochi istanti premendo ripetutamente un dorsale del pad, per poi cadere in maniera definitiva. Questa semplice variante modifica drasticamente l'approccio al gameplay, richiedendo per quasi ogni scalata strategia e panificazione, con una gestione oculata nelle minime risorse che possono aiutarci durante le sessioni più impegnative. 

L'ostilità del territorio, unita alla vulnerabilità del protagonista, fanno schizzare la tensione verso i massimi livelli, con sequenze di gioco al cardiopalma dove la salvezza è vicina ma dannatamente faticosa da raggiungere. Il sistema di controllo non perfetto contribuisce a donare al protagonista quell'umanità che tanto giova alla credibilità del tutto.

E proprio parlando d'umanità non si può fare a meno di citare l'altro elemento fondamentale di I Am Alive: i sopravvissuti. Quel che resta della società non sono altro che uomini intenti a restare vivi, cooperando in alcuni casi oppure attaccando la maggior parte delle volte. La preoccupante penuria di proiettili rende l'incontro con i sopravvissuti ostili una danza mortale fatta di false minacce con la pistola scarica, brutali e veloci uccisioni a base di machete e disperate fughe per la salvezza. Le reazioni lasciano spesso spiazzati e, non di rado, un leggero senso di colpa sottolinea le scelte morali più discutibili che il giocatore si trova a prendere durante il proprio viaggio in questo cumulo di macerie e disfacimento.

Con questo continuo alternarsi di tensione e amarezza I Am Alive centra in pieno il bersaglio, rivelandosi un'esperienza profonda e matura dalla spiccatissima personalità. dove poco importa dei palesi limiti tecnici o della non eccelsa durata del titolo, perché il gioco ci spalanca le porte di un'universo fittizio stracolmo di sensazioni, dubbi e situazioni forti, autentiche.

Questo è uno dei "modi giusti" di raccontare storie adulte sfruttando appieno tutte le caratteristiche proprie del media Videogioco, con buona pace del David Cage di turno.



mercoledì 24 maggio 2017

Gunvalkyrie (2002) [REPOST]

Smilebit | Xbox

Realizzato da Smilebit (ricordiamo alcuni dei titoli usciti su console, più o meno recenti, come il fastidiosissimo Jet Set Radio ed il magistrale Panzer Dragoon Orta) e pubblicato da Sega nel 2002, Gunvalkyrie si presenta alla massa giocante mostrando tutti gli elementi fondamentali di un buon shooter arcade: tanti nemici a schermo, varietà d'armamentario, boss grandi e infami, un tatticismo frenetico ma non confusionario e una veste grafica sinceramente sbalorditiva.

Ma una cosa è cambiata rispetto allo standard classico di Sega: l'immediatezza dei controlli. Il gioco è fottutamente ostico da padroneggiare, anche e sopratutto in virtù della tempestiva velocità di reazione richiesta per sopravvivere alla valanga di nemici che infestano lo schermo. La padronanza dei suddetti esige un lungo periodo d'apprendimento, un nefasto lasso di tempo fatto di tentativi, imprecazioni e crescente frustrazione nichilista. Solo nel momento della totale comprensione e della giusta manualità acquisita, il gioco si schiude, concedendosi per brevi istanti, elargendo minuscole soddisfazioni che sfociano in ingiustificati momenti d'euforia incontrollata.

Non c'è tregua nei livelli del prodotto Smilebit, solo schivate fulminee, assalti mirati e liberatorie smart bomb dal sentore quasi divino. Nella pioggia di proiettili, tra gli scontri con i possenti boss di fine livello, in planate disperate e concitate il gameplay risalta, fiero ed arrogante, trasportando il giocatore in quel flusso di concentrazione e godimento che solo i migliori videogiochi riescono a canalizzare.

Certamente Gunvalkyrie non è garbato, bramoso di un rapporto anale ancora prima del bacio, ma il fascino delle sue meccaniche ludiche non potrà far altro che attrarre i giocatori più masochisti e testardi, ripagandoli con una sostanzioso innalzamento dell'ego più becero e nerd.

Se cercate uno shooter nuovo nell'apparenza ma bastardissimo nello spirito, accomodatevi pure, ma ricordate di allontanare da voi conoscenti, amanti, amici, reliquie sacre ed eventuali cimeli di vostri parenti defunti.

Potrebbero pagare il prezzo della vostra pazzia.


martedì 23 maggio 2017

Massimo Volume - Lungo i bordi (1995) [REPOST]

Italia | Mescal

Misi nello stereo "Lungo i bordi" nell'inverno del 1997. Avevo pescato questa musicassetta in una bancarella dell'usato, allestita nella piazza di una cittadina molisana, Termoli. L'acquistai d'impulso, incuriosito dalla copertina. Era tarda serata quando, armato d'un paio di cuffie di pessima qualità, fui risucchiato nel vortice dei Massimo Volume.

Non ero pronto a spalancare gli occhi sulla realtà, in quel fluire di musica liquida e parole taglienti, di note malinconiche e sospese, di frammenti di vita su cui, timidamente, mi stavo affacciando, in parte intimorito, in parte rinfrancato.Rimasi lì, rapito da immagini, odori, suoni ed umori nuovi,  ascolto dopo ascolto, sempre più in profondità, sempre più assorto, sempre più intensamente consapevole d'aver partecipato ad una confessione privata, intima, fragile.

Successivamente avrei scoperto tutto quel fermento creativo che risponde al nome di post rock, ma il mio cuore resta ancorato lì, lungo i bordi di quell'album di vivide fotografie sonore che i Massimo Volume hanno voluto condividere con me.

Struggente.



lunedì 22 maggio 2017

Martyrdöd - List (2016)

Svezia | Southern Lord

Parte con il botto questo "List" degli svedesi Martyrdöd, grazie a un brano come "Overlevaren", un coinvolgente assalto crust/death/punk/metal abrasivo a base di d-beat e voce ruvida.

L'incantesimo si dissolve con l'arrivo delle melodie discutibili che iniziano a impestare le canzoni successive, tanto orecchiabili quanto banali e prevedibili.

Tutto il resto del disco è un ripetersi della medesima struttura, protratta nel tempo e abusata fino alla nausea, perfetta per una serata a base di pizza con la cipolla e rutto libero ma che frantuma i coglioni veramente troppo in fretta.

domenica 21 maggio 2017

Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day (2014) [REPOST]

Sunrise, Shochiku, Crispy's Inc. e Grasshopper Manufacture | PlayStation 3


Gli Occhi del Giappone
Katsuhiro Ōtomo è un figo, pochi cazzi. Creatore di quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di "Akira", ha impresso in maniera indelebile l'immaginario sci-fi collettivo, tratteggiando con maestria regole e convenzioni stilistiche ancora in auge. Ed è proprio dall'omonimo lavoro di Ōtomo (datato 1979) che questo Short Peace prende il via, coinvolgendo nell'intero progetto nomi illustri dell'animazione nipponica. Quattro cortometraggi sontuosi (con l'apripista "Possessions" nominato all'Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione), che stupiscono per ricercatezza artistica, realizzazione tecnica e potenza comunicativa ("Gambo" è da brividi), affreschi in movimento che, pur attingendo a piene mani dal tipico immaginario fantastico/fantascientifico nipponico, riescono a svecchiarne la formula con estrema eleganza e sensibilità.

Le Mani del Giappone
Ma non di sola animazione si compone Short Peace, presentando un quinto atto che utilizza il videogioco come veicolo espressivo prioritario. Crispy's Inc e Grasshopper Manufacture omaggiano il Maestro con Ranko Tsukigime's Longest Day, run 'n' gun minimalista ad avanzamento forzato farcito di sequenze animate e follie assortite. Nonostante l'eccessiva semplicità dell'infrastruttura ludica, il gioco riesce a divertire sfruttando meccaniche ben rodate che fanno del tempismo e della velocità d'esecuzione il cardine di tutta l'esperienza. Nessuna pretesa di boriosa complessità ma solo tanto stile e un sano, furioso ed eccentrico turbinio di salti ed attacchi fulminei.


Short Peace: Ranko Tsukigime's Longest Day è un guizzo di splendida meraviglia giapponese, un cocktail di follia e genio artistico che non lascerà indifferenti tutti gli amanti dello stile nipponico.


sabato 20 maggio 2017

Cytotoxin - Radiophobia (2012)

Germania | Unique Leader Records

Pur se privo dell'elegante brutalità di un disco già trattato in questo blog, "Radiophobia" rimane un cazzo di bestione possente tutto brutal death metal, tecnica e devastazione nucleare.

I tedeschi ci vanno giù pesante, imbastendo trame chitarristiche annichilenti su ritmiche inumane e matematiche, con brani come "Radiophobia", "Survival Matrix" o "The Red Forest" che creano genuina esaltazione mortifera.

Le sonorità del gruppo non si distanziano dai dettami imposti dai maestri del genere, ma messi davanti alla qualità indiscussa di "Radiophobia" non resta che alzare il volume e a palla  e lasciarsi bombardare da cotanta impietosa bellezza violenta.

Cafone con stile.

venerdì 19 maggio 2017

Bravely Default (2012) [REPOST]

Silicon Studio | Nintendo 3DS


Ho un rapporto malsano con i JRPG. Uno di quei rapporti che sarebbe il caso di troncare sul nascere, vista la mancanza d'equilibrio e sanità mentale.

Ogni volta ci ricasco. Ogni volta. La smania del grinding prende il sopravvento, trasformando le prime (50) ore di gioco in una trottola pseudo spastica, con il personaggio intento a scavare un pozzo petrolifero nei suoi due metri quadrati, una novella trivella che nulla ha da invidiare ai più rinomati porno attori passati, presenti e futuri. La scimmia continua ad accarezzarmi la testa fino a quando ne ho pieni i coglioni e abbandono tutto lì, con personaggi al livello 70 che ancora attraversano l'uscio della casa natia, nel villaggio iniziale.

Ma Bravely Default ha spezzato questa maledizione! Ho speso 100 ore di vita spolpando ogni segreto del titolo Silicon Studio, preso da una foga pre-adolescenziale inattesa e vergognosa.

Tra classi multiple, personaggi stereotipati (ma simpatici), una trama demenziale, migliaia d'oggetti e tanti segreti da scovare (tra cui un finale SUPA DUPA ULTRA SECRAT folle, meta ultima di tutti i giocatori così malati da voler ripetere svariate volte "una cosa"), Bravely Default omaggia (ruba) tanto da Final Fantasy quanto da un modo di fare JRPG che impianta le proprie radici nella tradizione, innovando solo gli aspetti prettamente tecnici.

Ah, grafica figa (il 3D è implementato con intelligenza) e sonoro eccellente (qualche brano è strepitoso). Compratelo se siete appassionati/nostalgici in cerca di un videogioco di ruolo giapponese come Square Enix comanda(va).


giovedì 18 maggio 2017

Windswept - The Great Cold Steppe (2017)

Ucraina | Season of Mist

Ho scritto un post sui Drudkh qualche mese fa. Bene, i Windswept sono i Drudkh privati dell'ugola maligna di Thurios.

"The Great Cold Steppe" elimina i rallentamenti melodici e le parti folk dal sound della band ucraina e ne mantiene (quasi) interamente il riffing fluido e ossessivo, spingendo l'acceleratore su tempi di batteria sostenuti e circolari.

La monotonia voluta e la ripetitività dei lunghi brani sono ancora al proprio posto, la granulosità del sound è quella e l'ipnosi nera indotta funziona ancora, ma viene spontaneo interrogarsi circa l'utilità di un nuovo (l'ennesimo) progetto musicale così poco differente da quello principale.

"The Great Cold Steppe" resta comunque un ottimo album di nero metallo nella sua forma più ferale e incontaminata. 

mercoledì 17 maggio 2017

The Gathering - Afterwords (2013)

Olanda | Psychonaut Music

Avevo lasciato i The Gathering a "Souvenirs", album che ho apprezzato quasi completamente, e aiutato da una lunga notte insonne sono andato a cercare gli olandesi su Spotify, incappando quindi in "Afterwords".

L'assenza di Anneke van Giersbergen dietro al microfono ha privato il gruppo di un punto di forza, ma la cosa che mi ha lasciato più interdetto è l'inconcludenza che affligge tutte le composizioni presenti in questo lavoro.

I pochi momenti buoni soffocano in un batuffolo d'inconsistenza spaventoso, con brani che naufragano un istante prima d'aver comunicato qualcosa, frammentati bozzetti senza rifinitura alcuna.

"Afterwords" s'atteggia ma fa solo tanta tenerezza.

martedì 16 maggio 2017

WarioWare, Inc.: Minigame Mania (2003)

Nintendo R&D1 | Game Boy Advance (Virtual Console Wii U)

Sono passati quattordici anni dall'esordio del "WarioTurboDivertimento" ma WarioWare, Inc è ancora così fottutamente attuale, geniale, divertente, originale e meraviglioso che giocarlo adesso, anche se per la prima volta, mantiene intatta quell'eccitante sensazione di CHE CAZZO SUCCEDE! È TUTTO FOLLE! AIUTO! DATEMENE ANCORA! WARIO SINDACO DELL'UNIVERSO! che da sola vale il prezzo d'ingresso.

Le mitragliate di minigame che ci troveremo ad affrontare in rapida successione creano un clima d'ilare benessere, esempio lampante di un design fuori scala, tarato al millesimo di secondo, fulmineo nell'esporre le proprie regole e immediato nell'appagare il fruitore.

Avanzando nel delirio si sbloccheranno numerosi giochilli stand alone, snack croccanti con cui sprofondare nell'autismo più pericoloso, cristallizzando retina, sinapsi  e vita sociale (?).

WarioWare, Inc.: Minigame Mania ha uno stile grafico grottesco, un accompagnamento musicale deleterio e una grandinata di micro esperienze turbo da psicosi. Veramente avete bisogno d'altro?